Rubrica Degenere: L’etica della caccia tecnologica e le maschere senza tempo. La filosofia di Predator
Predator è una delle saghe cinematografiche di fantascienza più longeve e iconiche. Iniziata nel 1987 con il cult interpretato da Arnold Schwarzenegger e diretto da John McTiernan, la saga è andata avanti rinnovando di titolo in titolo il suo cast, e mantenendo al centro la creatura del titolo, un letale alieno della razza Yatuja che caccia gli umani per sport. Se il primo film con Schwarzenegger si svolgeva tutto nella giungla tropicale dell’immaginario stato di Val Verde, nel 1990 è arrivato in sala l’esplosivo e adrenalico Predator 2, diretto da Stephen Hopkins, interpretato da Danny Glover e ambientato in una rovente Los Angeles piegata dal crimine; nel 2004 e nel 2007 ci sono stati i due crossover Alien vs. Predator e Alien vs. Predator: Requiem, più apprezzati dai fan di Predator che da quelli di Alien; nel 2010 Robert Rodriguez ha prodotto Predators, per la regia di Nimród Antal, con Adrien Brody in un inedito ruolo action a capo di un gruppo di mercenari, troupe d’élite e serial killer che si ritrovano in un pianeta alieno, selezionati dagli Yatuja per una battuta di caccia; nel 2018 è stato invece il turno di The Predator, scritto e diretto da Shane Black, che aveva ricoperto un ruolo secondario nel primo Predator del 1987, frutto di una produzione travagliata con molti reshootings che ha portato al capitolo meno apprezzato della saga; nel 2022 il franchise ha ripreso vita e respiro con Prey, scritto e diretto da Dan Trachtenberg, uscito in esclusiva streaming per Disney+ e ambientato nel Settecento nel mondo dei guerrieri Comanche.
Dopo l’arrivo a sorpresa lo scorso giugno su Disney+ di Predator – Killer of Killers, film animato a episodi ambientato attraverso le epoche, arriva ora nelle sale Predator: Badlands, diretto sempre da Trachtenberg e interpretato da Elle Fanning in un doppio ruolo di androide della Weyland-Yutani. Ambientato in un indefinito futuro, Badlands rappresenta un primo passo verso un potenziale nuovo crossover con la saga di Alien, dal momento che la multicorporazione interstellare responsabile della creazione e della programmazione delle due androidi co-protagoniste del film è la stessa al centro delle dinamiche narrative dei primi tre capitoli della storyline con Ellen Ripley protagonista e dei prequel di Ridley Scott Prometheus e Alien: Covenant, rappresentando spesso una minaccia più letale e opprimente degli stessi xenomorfi. Il vero fulcro della saga di Predator restano però gli alieni Yatuja, con il loro ferreo e violento codice d’onore e le loro battute di caccia – solitamente indirizzate verso gli esseri umani, laddove Badlands invece inizialmente si concentra sulla missione impossibile di abbattere su Genna, ribattezzato il Pianeta della Morte, il mostro alieno Kalisk, missione scelta dal protagonista Yatuja Dek per dimostrare il suo valore al proprio clan, che lo considera l’anello debole della famiglia.

In apparenza, Predator è un misto di fantascienza, action e gore che suona magnificamente anni ottanta: un Rambo o un Commando con gli alieni, testosteronico, violento e a tratti scanzonato, un pop corn movie per adulti con una buona mitologia del suo title character e un incisivo immaginario visivo. A uno sguardo più approfondito, pur non presentando la stessa pregnanza tematica e concettuale di saghe coeve per date di inizio e per genere come Alien – a cui Gianni Canova negli anni novanta e più recentemente Paolo Riberi hanno dedicato approfondite analisi critiche-filosofiche – o Terminator – di cui uno spettatore insospettabile come il grande cineasta russo Andrej Tarkovskij lodò la trattazione di temi come il destino e il libero arbitrio – anche Predator ha una discreta dose di occultata riflessività e di sottotesti più o meno filosofici da non sottovalutare.
L’intera saga può essere innanzitutto letta come una riflessione sul darwinismo esistenziale: il Predator è il cacciatore perfetto, simbolo dell’evoluzione tecnologica e della supremazia predatoria – ma quando incontra l’uomo, incontra un essere altrettanto pericoloso, capace di strategia, astuzia e violenza, con cui l’esito dello scontro non sarà mai scontato. La grande tematica arcaica della caccia, nella saga di Predator, viene assurta a metafora della condizione umana, e il ribaltamento tragico da predatore a preda è una delle dinamiche narrative più ricorrenti dell’intero franchise. Nella prima scena del più recente Predator: Badlands, vediamo una successione di creature aliene sul pianeta Yatuja Prime cacciare animali più piccoli per poi essere a loro volta mangiate, secondo l’antico principio del there is always a bigger fish; ma già nel primo, iconico Predator del 1987 la prima metà del film ci mostrava la squadra di truppe speciali della CIA capeggiata dai maggiori Dutch (Arnold Schwarzenegger) e Dillon (Carl Weathers) sgominare un commando di guerriglieri nella Foresta Amazzonica sotto lo sguardo attento dell’alieno invisibile, per poi essere brutalmente decimata dallo Yatuja, che si diverte a cacciare prede a lui inferiori tecnicamente e fisicamente, ma che si rifiuta di attaccare chi è disarmato, come l’ostaggio Anna (Elpidia Carrillo). Nella filosofia dello Yatuja, così come nella dimensione esistenziale messa in campo sotto il profilo narrativo dalla maggior parte dei film del franchise, c’è qualche eco un po’ nietzschiana: tanto la razza aliena del titolo quanto i gruppi di umani co-protagonisti dei primi tre capitoli – le troupp d’élite della Cia del primo film, i detective della polizia di Los Angeles del secondo e il gruppo variegato di mercenari e assassini del terzo – sembrano mossi, e a tratti succubi, di una volontà di potenza che li spinge ciecamente ad affermare se stessi attraverso la forza e la violenza, portando a un vortice di crescenti e reciproche sopraffazioni da cui non potrà che uscire un solo vincitore.

Inoltre, se vogliamo, gran parte dei film di Predator si collocano come narrativa al di là del bene e del male: se la saga di Alien permetteva di distinguere anche tra gli umani e gli androidi personaggi positivi come Ripley, Hicks e Bishop e villain come Ash o Burke, con l’aggiunta di figure “grige” come il dottor Clemens di Alien³, i protagonisti umani di Predator sono ben più difficili da caratterizzare in maniera manichea, essendo spesso professionisti della violenza le cui principali virtù possono essere il coraggio e lo spirito di gruppo. Solo nei recenti Prey e Predator: Badlands di Trachtenberg, non per nulla prodotti dopo l’acquisizione della Fox e di tutte le sue proprietà intellettuali inclusi Alien e Predator da parte della Disney, nelle protagoniste femminili si possono rinvenire esempi di personaggi del tutto positivi. Nella saga di Predator, l’uomo è un assassino civilizzato; il Predator è un assassino rituale, ma “onorevole”; entrambi si rispettano nel momento del mutuo tentativo di distruzione. Nel finale del primo Predator la morte dello Yatuja, che si autodistrugge con dignità, è un atto di tragica coerenza, non di malvagità: il suo gesto riafferma la propria potenza fino all’ultimo istante, nello sceglie come morire, e cancella, in un’esplosione, ogni traccia del suo passaggio sulla Terra.
Soprattutto nei primi capitoli la saga di Predator propone un’accettazione della violenza come carattere costitutivo dell’esistenza sul nostro pianeta e in tutto l’universo – “la guerra [pòlemos] è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi”, a voler citare Eraclito – e una celebrazione della forza, sia fisica che intellettuale. In questo senso, Predator mette in scena la lotta eterna tra natura e cultura, istinto e intelligenza: l’uomo vince non con la forza, ma con l’ingegno, come nella famosa scena, scientificamente strampalata, di Arnold Schwarzenegger che si copre di fango per sfuggire ai sensori termici, in un gesto quasi prometeico.

Approfondendo la mitologia del title character, i tre capitoli successivi – Predator 2, Predators e The Predator – emerge una riflessione più ampia sul rapporto tra uomo e tecnologia: gli Yatuja sono esseri con un’altissima competenza tecnologica, ma la loro civiltà ruota attorno a un rituale arcaico: la caccia. Da diversi punti di vista lo Yatuja, benché alieno, rappresenta un’immagine dell’uomo moderno: padrone della tecnologia, ma schiavo del proprio istinto di dominio, di una pulsione violenta alla sopraffazione che si concretizza in una serie di prove iniziative per i più giovani del clan. Nel finale del primo Alien Vs. Predator, così come in The Predator, si mostrano anche forme di collaborazione tra umani e alieni, a fronteggiare minacce comuni come gli xenomorfi o altri Yatuja; un’idea questa ripresa anche in Badlands, dove il fulcro narrativo è però rappresentato dalla collaborazione tra il giovane Yatuja reietto Dek e Thia, un’androide senziente che ha perso le gambe e che conosce il pianeta Genna e la sua letale flora e fauna decisamente meglio di lui. In Prey, ambientato nell’America del XVIII secolo in una zona non ancora colonizzata dai conquistadores europei, il confronto impari tra la tecnologia umana e quella aliena è ancora più forte che negli altri film della saga: Naru, la giovane protagonista umana, e lo Yatuja che scende sulla Terra a mietere vittime nella sua comunità Comanche incarnano due civiltà in evoluzione — l’una primitiva ma in armonia con la natura, l’altra avanzata ma priva di senso morale. Per certi versi, siamo di fronte a un ritorno al mito del buon selvaggio di Rousseau, rovesciato in chiave tragica. Infine, Predator: Badlands – un titolo curiosamente malickiano, dato che il primo film di Terrence Malick, uscito in Italia come La rabbia giovane, si intitolava proprio Badlands – opera una vera e propria decostruzione della figura e della mitologia degli Yatuja: sia in chiave di genere, come ha notato Martina Barone nella sua recensione per Vanity Fair, sia in chiave di rivalutazione di valori come la sensibilità e il gioco di squadra, del tutto assenti nel codice d’onore degli Yatuja, avvicinandosi tanto visivamente quanto narrativamente, ma a ruoli invertiti, ad Avatar di James Cameron. Del resto, lo scontro famigliare che apre il film, con il padre che uccide Kwei, il fratello maggiore di Dek, per aver osato prendere le difese del protagonista, è puramente shakesperiano, mentre il finale, senza svelare troppo, apre le porte a una rielaborazione in chiave matriarcale delle dinamiche dei clan Yatuja. La tematica mstriarcale era del resto presente anche nell’episodio vichingo del film animato Predator: Killer of Killers, che invece ci portava in una rivisitazione futuristica degli scontri gladiatori nel suo ultimo atto ambientato nell’arena dove forse in futuro vedremo nuovamente combattere anche Dutch, Naru e il tenente Mick Harrigan di Predator 2, come rivelato dalla versione estesa della scena mid-credits rilasciata qualche tempo dopo l’uscita della pellicola antologica su Disney+.

Un’altra tematica, che attraversa tutta la saga e che a sua volta rimanda all’immaginario scenico e concettuale della tragedia antica, è quella della maschera: per gran parte del tempo gli Yatuja combattono indossando un elmo-maschera al tempo stesso tecnologizzato e arcaico, togliendola raramente per mostrare il loro volto feroce e animalesco – da cui la celebre battuta di Schwarzenegger nel primo film del franchise you are one ugly motherfucker!. Anche sotto questo aspetto, Predator: Badlands va controcorrente rispetto al resto della saga, mostrandoci il più delle volte il volto di Dek scoperto, tranne che all’inizio e alla fine del film. La maschera degli Yautja non è solo un dispositivo tecnologico: è un simbolo metafisico, che separa – e al tempo stesso unisce – due mondi: quello dell’apparenza regolata a un’idea di caccia rituale e a uno specifico codice d’onore e quello dell’abisso biologico, dell’istinto puro e della violenza originaria e inestirpabile. Quando lo Yatuja indossa la maschera, il predatore alieno incarna una figura apollinea che trasmette un senso di controllo della lotta e di glacialità della violenza: il cacciatore disciplinato, silenzioso, che obbedisce a un codice. Quando la rimuove, emergono il caos, il dionisiaco, la verità del corpo. Il gesto di togliersi la maschera davanti alla preda al momento dello scontro finale rappresenta un atto rituale di svelamento dell’identità:
una dichiarazione ontologica – alla “adesso vedrai chi sono davvero” – ma anche una confessione tragica, perché nel momento della verità viene ad arrivare sempre la distruzione, della preda o più spesso, in questi film, del predatore.
Ogni episodio è una variazione sul tema dell’uomo come predatore di se stesso, una meditazione sulla violenza, sul potere, sull’etica della forza e sui limiti del progresso. Significativo, in questo senso, è il riferimento esplicito, in Predators di Nimród Antal, alla visione della corrida spagnola di Ernest Hemingway e alla sua etica di vitalità tragica secondo cui un uomo trova valore nel misurarsi coraggiosamente con la morte. In questo senso Predator si riallaccia, sia pure alla lontana, a tutta una tradizione di epica – ed etica – della caccia che trova in Nietzsche, in Conrad, in Bataille, nello stesso Hemingway, nella “caccia al cinghiale” di Junger, e, per le sue componenti sacrificali, in René Girard alcuni dei suoi interpreti più penetranti nell’Ottocento e nel Novecento filosofico-letterario.
Ogni episodio di Predator può essere così letto come una variazione sul tema dell’uomo come predatore di se stesso che dal 1987 ad oggi non ha perso la sua attualità. Sin dai suoi albori la fantascienza è stata il genere ideale per contrabbandare all’interno della narrativa di genere le riflessioni più disparate sul mondo e sull’umanità: Predator, rappresentando l’incontro con il totalmente altro sotto la chiave di una violenza rituale e iniziativa, ha forse qualcosa di reazionario, a cui non per nulla gli ultimi titoli della saga firmati da Trachtenberg hanno deciso di ovviare, ma ha un sostrato mitologico e archetipico con pochi uguali nella fantascienza cinematografico dell’ultimo cinquantennio.

