Peaky Blinders: The Immortal Man recensione film di Tom Harper con Cillian Murphy e Rebecca Ferguson [Netflix]
di Giorgio Maria Aloi

Nel caos della Seconda Guerra Mondiale, Tommy Shelby (Cillian Murphy) torna da un esilio autoimposto per affrontare la resa dei conti più distruttiva della sua vita. Con il futuro della sua famiglia e del suo paese in gioco, deve fare i conti con i suoi demoni.
Peaky Blinders: The Immortal Man segna il ritorno di un universo narrativo che ha lasciato un’impronta profonda nella serialità contemporanea e lo fa con un’opera che ambisce a essere al tempo stesso conclusione e rilancio. La regia si distingue per un approccio più cinematografico rispetto alla serie originale, con una maggiore attenzione alla composizione dell’inquadratura e all’uso simbolico degli spazi, trasformando Birmingham in un teatro quasi mitologico dove i personaggi si muovono come figure tragiche.
La scrittura mantiene il tono lirico e oscuro tipico del franchise, ma introduce una dimensione più riflessiva: il racconto si concentra meno sull’ascesa criminale e più sul peso delle scelte passate, sul tempo che consuma e trasforma, trovando un ulteriore livello d significato proprio nel titolo, The Immortal Man, che non va interpretato in senso letterale ma come metafora della sopravvivenza simbolica, dell’impronta indelebile che Shelby lascia nel mondo e nelle persone, anche mentre la sua identità si incrina e si ridefinisce. I dialoghi sono cesellati, spesso densi di sottotesto, anche se in alcuni momenti rischiano di indulgere in un’eccessiva autoreferenzialità.
I costumi restano uno dei punti di forza assoluti: eleganti, rigorosi, ma attraversati da dettagli che riflettono l’evoluzione interiore dei personaggi, come se ogni abito fosse una seconda pelle emotiva. La colonna sonora mescola brani contemporanei che si intrecciano a suggestioni più classiche, creando un contrasto straniante ma efficace, capace di amplificare il senso di sospensione temporale. Il montaggio è più meditativo rispetto alla Serie TV, meno frenetico e più orientato a costruire tensione attraverso pause e silenzi, mentre la scenografia espande il mondo visivo con ambientazioni più ampie e dettagliate, che suggeriscono un orizzonte più vasto e al tempo stesso più isolante. La fotografia è raffinata e cupa, dominata da toni freddi e contrasti marcati, con un uso sapiente della luce che scolpisce i volti e accentua la dimensione interiore del racconto.
Cillian Murphy offre una prova intensa e stratificata: un uomo stanco, segnato, ma ancora animato da una volontà quasi ossessiva di controllo. Il suo sguardo comunica più delle parole. Questo porta alla restituzione di un personaggio in costante bilico tra lucidità e disgregazione.
Proprio in relazione a lui si inserisce Duke, il personaggio interpretato da Barry Keoghan, la cui presenza avvia una dinamica fondamentale all’interno del film. Tra i due si sviluppa un rapporto complesso, fatto di specchi e contrasti, in cui il giovane incarna una versione distorta e ancora in formazione dello stesso Shelby: quasi un riflesso del passato o una proiezione del futuro possibile
Keoghan aggiunge un’energia imprevedibile e nervosa, dando vita a una figura che oscilla tra fascinazione e ribellione nei confronti di Thomas, generando una tensione costante che arricchisce il racconto sul piano emotivo e tematico: il loro legame diventa così una delle chiavi di lettura più interessanti del film, perché mette in scena il confronto tra esperienza e impulso, tra controllo e caos, suggerendo come l’eredità di Shelby sia tanto potente quanto pericolosa.
Nel resto del cast spiccano alcune presenze significative: Rebecca Ferguson introduce un personaggio enigmatico e magnetico, che agisce come catalizzatore emotivo tra destino e scelta; Tim Roth costruisce un antagonista sottile e inquietante, senza bisogno di eccessi; mentre Stephen Graham offre una performance viscerale e profondamente umana.
La storia si sviluppa come una riflessione sul potere, sulla memoria e sull’eredità, interrogandosi su cosa significhi davvero sopravvivere in un mondo che cambia incessantemente, trovando nel concetto di immortalità una chiave interpretativa centrale: significa continuare a esistere attraverso le proprie azioni, ma anche attraverso le persone che ne raccolgono – o subiscono – l’eredità.
Per chi ha seguito la Serie TV, il film rappresenta un arricchimento e una naturale prosecuzione, ricca di rimandi e stratificazioni emotive; chi invece si avvicina per la prima volta potrebbe sentirsi inizialmente spaesato, soprattutto per la densità dei rapporti tra i personaggi e il peso del loro passato, ma la forza visiva e tematica dell’opera permette comunque una fruizione autonoma.
Il finale, privo di facili soluzioni, si distingue per la sua ambiguità ma al tempo stesso per una forte coerenza emotiva: è un epilogo che rispetta profondamente il percorso di Thomas Shelby, risultando commovente proprio perché in linea con la sua natura, con le sue contraddizioni e con il suo modo di affrontare il destino, senza tradirne l’essenza ma anzi portandola a una forma di compimento quasi inevitabile.


