The Greatest recensione Episodio 1 e conferenza stampa della serie TV di Ben Watkins con Jaalen Best e Giovanni Ribisi [Anteprima]
di Gabriele Neri

The Greatest, l’attesa serie in otto episodi in arrivo dal 4 novembre su Prime Video. Prima trasposizione seriale autorizzata sulla vita privata del leggendario pugile, l’opera si prefigge un obiettivo ambizioso e intimista: raccontare l’uomo prima che diventi l’inossidabile ed eterno mito.
L’evento ha visto la partecipazione del creatore, showrunner e regista Ben Watkins, dell’executive producer Matthew Gross e dei protagonisti Jaalen Best e Giovanni Ribisi, rispettivamente nel ruolo di Ali e dell’allenatore Angelo Dundee.
Più che un canonico dramma sportivo, il regista sceglie di costruire un intimo e rivelatore romanzo di formazione: la chiave del coming of age diventa così l’unico modo per distinguersi dalle narrazioni precedenti e comprendere davvero le radici di Cassius Marcellus Clay Jr., il “piccolo guerriero”, colto nel pieno della sua prima evoluzione.
Secondo lo showrunner, raccontare Ali oggi significa evidenziarne la dimensione più universale:
la capacità di unire culture e contesti differenti anteponendo l’umanità a ogni cosa. Un messaggio di armonia che trova il suo fulcro visivo e simbolico nelle Olimpiadi di Roma del 1960. Tra i vicoli del Rione Monti e le arcate dell’Anfiteatro Flavio – con il raro privilegio di essere tra le pochissime produzioni seriali internazionali ad aver ottenuto il permesso di girare sequenze di finzione all’interno del Colosseo – la serie ritrae il quadro italiano come un’oasi di convivenza pacifica, in netto contrasto con le sanguinanti ferite della segregazione razziale e le paranoie della Guerra Fredda che ancora scuotevano gli Stati Uniti.
Nel calarsi nei panni di una leggenda, Jaalen Best va ben oltre una notevole somiglianza fisica, usata qui solo come base di partenza. Elogiato dalla produzione per l’estrema precisione mimica e reattiva sul set, l’attore ha affrontato una preparazione meticolosa per restituire la complessità di una figura così iconica: uno sforzo passato attraverso lo studio ossessivo degli incontri, necessario a interiorizzare il ritmo e il footwork del ring, e una trasformazione corporea che lo ha portato ad aumentare di circa 10 chili nel corso delle riprese. Al suo fianco, sebbene la presenza di Angelo Dundee in questo primo episodio sia ridotta a una fugace apparizione, Giovanni Ribisi ha avuto modo di approfondire in conferenza stampa la natura del proprio personaggio, quella di un mentore saldo, determinante nel far prendere coscienza al giovane pugile della propria condizione e delle responsabilità che lo attendono, tanto sul ring quanto nella vita.

The Greatest: La genesi di Cassius Clay – L’ombra della medaglia
Sul piano visivo, il primo episodio costruisce un’impalcatura visiva di forte impatto. Merito di una fotografia calda e satura, capace di legare in un unico respiro l’accoglienza della parentesi romana, il calore domestico di Louisville e la tensione quasi sacrale, densa di fatica, che precede ogni colpo sul ring. Una densità materica alimentata da una cura meticolosa per gli oggetti d’uso quotidiano, dalle stoviglie sui fornelli alle vivande, sino ai tessuti indossati, elementi volti a spogliare la leggenda dell’astrattezza dell’icona per restituirla alla concretezza della vita comune.
È proprio su questi contrasti che l’episodio vive e respira: l’incanto italiano si scontra frontalmente con il disincanto del Sud statunitense in una disamina socioculturale ed estetica palpabile, dove il ritmo ancestrale del jazz e del blues e le atmosfere comunitarie intrise di fumo e bourbon si alternano alla fredda compostezza dei salotti altolocati, scanditi da tè, pasticcini e martini.
Il vero motore del racconto risiede però nella dialettica delle ombre, in tutto ciò che resta celato o represso ai margini della scena e dei suoi esistenti. La narrazione si muove su due binari paralleli, personale e collettivo: da un lato l’eredità soffocante della segregazione e della discriminazione razziale che incombono sulle strade di casa, dall’altro il peso della mancata scalata sociale del padre di Ali, prigioniero della propria immobilità.
Uno dei principali foci della serie, su cui la scrittura indaga, è infatti il rapporto padre-figlio, innescando un tragico seppur archetipico conflitto del creatore verso il proprio operato: l’artista e la sua opera d’arte. Il genitore appare così assoggettato alla propria invidia, dominato dall’impotenza verso qualcosa che non potrà mai riavere, un risentimento magistralmente racchiuso nella feroce ma rivelatrice battuta: “La medaglia d’oro non ti rende bianco”.
All’interno di questo spazio di silenzi forzati emerge anche la figura materna: la splendida interpretazione di Dana Gourrier nei panni di Odessa dà voce all’amarezza di una donna schiacciata dalle dinamiche matrimoniali, offrendo il controcanto emotivo ideale per arginare e mettere in crisi l’ostentata sicurezza dell’ego maschile.
È così che The Greatest tratteggia la dicotomia centrale che muoverà l’intera serie, il bilico tra l’essere un idolo culturale e comunitario, e il rischio di trasformarsi in una mera miniera d’oro e di profitto, un simulacro economico per una società in affermazione economica.


