In occasione di San Valentino tornano Pretty Woman e Ghost al cinema

In occasione di San Valentino tornano Pretty Woman e Ghost, due film iconici degli anni ’90, capaci ancora oggi di emozionare, far sorridere e commuovere.

Shopping su Rodeo Drive, un tornio da vasaio e due bugie bellissime: San Valentino con Pretty Woman e Ghost

di Antonio Buonansegna

Ghost di Jerry Zucker (Credits CBS Photo Archive - Getty Images)
Ghost di Jerry Zucker (Credits CBS Photo Archive – Getty Images)

Avete presente quando, da bambini incapaci di prendere sonno, chiamavamo la mamma chiedendole di leggerci una fiaba? Un rito — o privilegio che dir si voglia — quasi archeologico, riservato agli ultimi esemplari della Generation Y e ai più anziani della Z, prima che la new entry targata Alpha cambiasse le regole del gioco: non più genitori stanchi e impegnati in improbabili vocine ma un’infanzia data in appalto a un dispositivo con il 20% di batteria.

Nostalgia a parte, quelle fiabe avevano tutte una cosa in comune: la semplicità. Biancaneve si risvegliava grazie a un bacio con un tizio accorso nel bosco senza che quest’ultima avesse potuto inviargli la posizione; la Sirenetta riusciva a sposare il suo principe senza rinunciare alla voce —versione Disney, non quella più traumatica di Andersen — e Cenerentola coronava il sogno d’amore senza dover sacrificare la scarpetta di cristallo, manco fosse una limited edition Louboutin.

Conoscevamo la trama a memoria, parola per parola, eppure eravamo felici di riascoltarla ogni sera. Perché le fiabe non servono a sorprendere: servono a rassicurare. A dirci che, nonostante tutto, l’amore trova sempre una strada.

Se oggi le fiabe avessero dei pixel, se fossero fatte di scene mandate avanti e indietro, di sospiri e colonne sonore riconoscibili dalle prime due note, probabilmente si chiamerebbero Pretty Woman e Ghost. Ora che San Valentino è alle porte, i due film tornano nelle sale in versione restaurata, pronti a sedurre una nuova generazione di spettatori e a far capitolare, di nuovo, chi pensava di esserne ormai immune.

Due storie d’amore cresciute negli anni Novanta e sopravvissute a tutto: al disincanto dei Duemila, al cinismo dei social, alle dating app, alle ship delle serie di Shonda, ai vocali da tre minuti e alle relazioni che finiscono prima ancora di iniziare.

Pretty Woman di Garry Marshall (Credits Hulton Archive - Getty Images)
Pretty Woman di Garry Marshall (Credits Hulton Archive – Getty Images)

Entrambi classe 1990, Pretty Woman e Ghost portano splendidamente i loro trentasei anni, come certi miti che il tempo non riesce a scalfire. Basta guardare gli ascolti ogni volta che tornano puntualmente, quasi ritualmente, in TV. Cambiano i canali, cambiano le piattaforme, ma noi siamo ancora lì a guardarli, pronunciando in lipsync le battute insieme ai loro protagonisti senza provare alcuna vergogna.

Pretty Woman è una Cenerentola anni Novanta, ma senza carrozze e topolini. Vivian è una prostituta, Edward un miliardario emotivamente irrisolto: si incontrano per caso e danno vita a una favola urbana dove il principe guida una Lotus e la fata madrina è una carta di credito che assicura una spesa “spudorata”. A ostacolare la loro storia non ci sono draghi o perfide matrigne, ma qualcosa di molto più realistico: il pregiudizio sociale. E, dettaglio non trascurabile, le commesse più antipatiche mai apparse sul grande schermo.

La commedia, che se fosse uscita oggi sarebbe stata accompagnata da una valanga di critiche a farle da eco, continua a funzionare in modo impeccabile. E la ragione è presto svelata: Pretty Woman non ha mai finto di raccontare la realtà. È piuttosto una fantasia consapevole, una fiaba che sa di esserlo. Una storia che ci guarda negli occhi e dice: “So che non va così, ma per due ore fammi credere che potrebbe”.

Ghost, invece, gioca su un altro livello emotivo. Racconta l’amore quando tutto sembra perduto, quando la morte irrompe senza chiedere permesso. È il film che ci ha insegnato che si può piangere davanti a un tornio per argilla e che una canzone può diventare memoria collettiva. Un racconto che parla di assenza, ma soprattutto di presenza. Di legami che resistono anche quando il corpo non può più farlo.

Rivederli oggi al cinema è quasi un esperimento sociologico. Cosa penseranno i più giovani, cresciuti esclusivamente con storie d’amore che iniziano con un “It’s a match!” e finiscono con un “visualizzato”? Che effetto fa assistere a sentimenti che non hanno bisogno di essere validati da un algoritmo?

E per noi, che queste storie le conosciamo fin troppo bene, è un ritorno alle origini. Un modo per entrare in sala con qualche ruga, qualche disillusione accumulata e la consapevolezza che la vita non è una commedia romantica. Ma anche con la voglia, ostinata, di sospirare ancora quando parte Unchained Melody.

Ghost di Jerry Zucker (Credits CBS Photo Archive - Getty Images)
Ghost di Jerry Zucker (Credits CBS Photo Archive – Getty Images)

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