Il mare infetto di Kim Bo young un lovecraft al tempo del Coronavirus [degenere]

Un lovecraft al tempo del Coronavirus: Il mare infetto di Kim Bo-young [degenere]

Tra le più apprezzate autrici di fantascienza della Corea del Sud, collaboratrice di Bong Joon-ho per Snowpiercer, prima autrice sci-fi coreana a venire pubblicata dalla prestigiosa casa editrice anglofona HarperCollins, Kim Bo-young ha una base di lettori anche in Italia, dove viene pubblicata da ADD Editore. Dopo L’origine della specie, candidato al prestigioso premio statunitense National Book Award nella sezione per la letteratura straniera, ADD pubblica adesso in Italia anche Il mare infetto, originariamente apparso nel 2020, un romanzo che si muove con decisione nel territorio dell’orrore cosmico e lo rilegge attraverso una sensibilità contemporanea, politica e a tratti cinematografica. Il mare infetto è ambientato in un immaginario villaggio isolato di pescatori, Haewon, colpito da un devastante terremoto al largo della Corea del Sud. Dopo il sisma, un misterioso morbo proveniente dal Mare dell’Est inizia a trasformare gli abitanti in creature deformi e marcescenti, costringendo il villaggio in una quarantena permanente mentre le risorse scarseggiano e la disperazione aumenta. La protagonista, Seo Mu‑yeong, lavora come cacciatrice di infetti e suscita l’ostilità degli altri per la sua freddezza. La situazione cambia quando incontra Ha U‑jin, un ricercatore che decide di entrare nel villaggio per studiare l’epidemia: il suo arrivo scatena una catena di eventi che porterà alla luce la verità oscura dietro la malattia, rivelando aspetti inquietanti della crisi che affligge la comunità.

Come spiega la stessa Kim Bo-young nella nota dell’autrice che chiude il libro, Il mare infetto nasce come esplicito omaggio a Lovecraft e come riflessione sull’orrore cosmico incarnato dalla figura di Cthulhu; come fonti di ispirazioni principali la Bo-young indica Il richiamo di Cthulhu e La maschera di Innsmouth. Interessanti anche le riflessioni che Kim Bo-young fa sulla figura di Lovecraft e i motivi ispiratori del suo immaginario orrorifico: “la vita di Lovecraft fu scandita da una serie di morti importanti e improvvise – del padre, causata da una psicopatia, poi del nonno materno che si occupava di lui, e infine della madre, durante il ricovero in un istituto psichiatrico – che ne distrussero la famiglia e lo costrinsero ad abbandonare gli studi. Non v’è dubbio che, se mi fosse capitata la stessa sorte, anch’io sarei inevitabilmente caduta vittima del fascino di un’idea come quella di una divinità malvagia e onnipotente e, soprattutto, dell’impotenza umana di fronte a una sfortuna così travolgente e dilagante. Forse, per lui, immaginare un essere sovrannaturale malefico come Cthulhu doveva essere un modo per venire a patti con la propria sventura, soprattutto quando non riusciva assolutamente a comprenderla”. Già da queste righe si intuisce che Il mare infetto non si limita mai al semplice omaggio all’orrore cosmico lovecraftiano, scegliendo piuttosto la strada della riscrittura critica e dell’espansione immaginativa.

Il mare infetto di Kim Bo-young
Il mare infetto di Kim Bo-young

Notevole l’incipit del romanzo: “ancora adesso mi basta ripensare a quel giorno per sentirmi il cuore come stritolato in una morsa, il sangue gelarsi nelle vene e il respiro fermarsi in gola; fu come se la bocca dell’inferno si fosse spalancata e mi avesse divorato, masticandomi tra le sue fauci. Ogni notte faccio ritorno a quel villaggio di pescatori: nei miei sogni, mi precipito lungo i vicoli bui pervasi dal fetore oleoso del pesce, fuggendo dalle rivoltanti creature che, se potessi, cancellerei dai miei ricordi, e vengo svegliato dalle mie stesse grida agghiaccianti”. È una voce segnata dal trauma quella che apre il romanzo: a scrivere questa lettera direttamente al capo dello Stato è Ha U-Jin, che si presenta in calce alla missica come ricercatore dell’Istituto coreano di infettivologia, consulente finanziario dei servizi governativi di supporto ai malati del morbo del Mare dell’Est nonché “presidente del Comitato di difesa della specie umana della razza antica”. Nella struttura ad anello che caratterizza Il mare infetto, che si conclude con un’altra lettera dello stesso personaggio, Han U-Jin è una figura che sembra uscita da un film di fantascienza paranoica, sospesa tra razionalità scientifica e delirio ideologico, e che incarna perfettamente una delle tensioni centrali del romanzo: il tentativo disperato di mantenere confini netti – biologici, morali, identitari – in un mondo in cui tali confini sono ormai irrimediabilmente compromessi.

Kim Bo-young costruisce il suo racconto come una costellazione di testimonianze, memorie e punti di vista che si rincorrono e si contraddicono, in puro stile post-moderno. Il villaggio di Haewon diventa così un luogo maledetto, marchiato dallo “stigma di essere nati a Haewon” — qualcosa di simile con quanto accaduto per il Covid a proposito di Wuhan — e trasformato in capro espiatorio di una paura collettiva che ha bisogno di un’origine riconoscibile per non implodere. Molto ben riuscita è la caratterizzazione psicologica dei personaggi e il modo in cui reagiscono al trauma del contagio del morbo del mare dell’Est: la vera protagonista del romanzo, Seo Mu-yeong, al momento del devastante terremoto e del susseguente scoppio della pandemia, si trovava a Haewon con la nipote, che dopo pochi giorni resta contagiata e muore in ospedale sovraffollato mentre la località viene messa sotto stretta quarantena. All’apprendere la notizia, racconta Seo, “mia sorella maggiore si era messa a urlare, accusandomi di averle ucciso la figlia. Era andata avanti così per diverso tempo, finché un giorno, dopo avermi subissata di maledizioni e insulti com’era diventata la norma, un qualche nodo che portava in petto si era finalmente sciolto. Aveva fatto un respiro profondo e mi aveva detto: ‘però in un certo senso è stato meglio così, no? se l’avessi riportata a casa prima, avrebbe attaccato il virus a tutti’”. L’orrore descritto da Kim Bo-young ne Il mare infetto non risiede soltanto nella mutazione biologica o nell’irruzione del mostruoso, ma nella logica spietata dell’autoconservazione, nella normalizzazione dell’inaccettabile, in quella zona grigia in cui la sopravvivenza giustifica qualsiasi rimozione emotiva: raccontando la strage dei malati nell’ospedale di cui si erano macchiati medici e infermieri allo scoppio dell’epidemia, si fa strada la constatazione che “fare la morale non aveva senso, perché faceva tutto parte del lato più autentico della natura umana”. Il contagio, in Il mare infetto, è prima di tutto una costruzione simbolica e sociale. Kim Bo-young osserva con lucidità chirurgica i meccanismi della stigmatizzazione e della violenza collettiva: è questo forse il punto di maggiore forza del romanzo, che era stato concepito prima dello scoppio della pandemia di Coronavirus ma ha saputo tratteggiarne efficacemente certe implicazioni sociali e certe conseguenze sull’immaginario e sul comportamento collettivo.

Snowpiercer (2013)
Snowpiercer (2013)

Il mare infetto è inoltre attraversato da un senso costante di ritualità arcaica, di sacro deformato e riemergente: a un certo punto della storia Seo vede un gruppo di giovani celebrare un misteriosa cerimonia sulla spiaggia, come per commemorare i morti e ripercorrere i ricordi della vita prima della pandemia; “era come assistere a un rituale, appreso di nascosto dalla figlia di uno sciamano che, dopo averlo spiato dalla fessura di una porta accostata, era corsa a raccontare tutto agli amici; un rituale per consolare i morti, forse, tanto umani quanto animali, e placare la furia del re del mare, e quietare la specie emersa dalle profondità assieme al vulcano”. Evocando una comunità che convive, si mescola e si trasforma insieme a ciò che emerge dal mare, è in passaggi come questo che Kim Bo-young si avvicina maggiormente all’immaginario di Lovecraft, sempre affascinato nei suoi racconti e nei suoi romanzi brevi da una dimensione di religiosità arcaica, di ritualismo tribale.

L’apice visivo e simbolico de Il mare infetto arriva con l’epifania finale di un dio selvaggio, barbarico, apocalittico: “poi, sull’isola, vidi un essere maestoso con le braccia serrate attorno al picco, che mi fissava. Il suo corpo si estendeva a perdita d’occhio sull’oceano e la sua pelle era liscia, coperta di una sostanza singolare, mentre sulla schiena vasta come un’enorme montagna si scorgevano pinne, piume, ali e membrane. Nel suo sguardo crudele e profondo, poi, si annidava un abisso buio come le profondità oceaniche. Allora, mi divenne chiaro: si trovava lì da quel giorno di tre anni fa, quando il vulcano era esploso e aveva corrotto il mare, invisibile ai nostri sensi limitati e inadeguati, occultato da un manto di luce che si propagava lungo frequenze fuori dello spettro percettibile dell’occhio umano. Ma i pesci, gli uccelli, gli insetti e i molluschi si erano accorti della sua presenza e, attoniti per il terrore, avevano scelto di ammassarsi sulla spiaggia in cerca di morte”.
È una scena di potenza dichiaratamente cinematografica, che sembra chiedere di essere tradotta in immagini, effetti visivi e suono, e che conferma quanto la scrittura di Kim Bo-Young sia intrinsecamente filmica.

Il mare infetto peraltro non può esimersi dall’aggiornare alla contemporaneità certe dinamiche narrative anzitutto collettive, come nel riferimento ai social network e ai commenti offensivi che in rete si diffondono contro gli abitanti di Haewon e le loro mutazioni, spesso oggetto di vere e proprie fake news. “Dietro a ogni insulto si nascondeva la stessa invocazione: ‘a me non toccherà lo stesso destino’. Era chiaro che si trattasse quasi di un rito, una preghiera; perché, con ogni fendente che sferzavano a parole, dentro di loro cercavano di ravvivare la fiamma di una semplice, profonda speranza: ‘a me non toccherà mai lo stesso destino’. Era tutto uno stratagemma per tenere a bada un’unica cosa: il loro terrore, una paura soverchiante che mozzava il respiro e stritolava il cuore, e li faceva tremare a ogni singolo passo”. La fantascienza coreana ci ha da tempo abituato a esempi di commentario sociale inseriti all’interno delle sue storie: per limitarci al cinema di Bong Joon-ho, tanto il kaiju movie d’autore The Host quanto il già citato Snowpiercer a cui la stessa Kim Bo-Young aveva collaborato in qualità di script advisor e il successivo film Netflix Okja avevano portato sullo schermo importanti considerazioni sociologiche, economiche, mediatiche, di analisi dei rapporti di classe e di difesa dei diritti degli animali in un’ottica più ampia di propaganda ecologica; e lo stesso si potrebbe dire di svariati altri titoli del cinema coreano, come Save the Green Planet! di Jang Joon-hwan, recentemente oggetto di un remake hollywoodiano con l’acclamato Bugonia di Yorgos Lanthimos, o Nightmare diretto da Kim Jeong-kwon.

“Da quel mare… il popolo antico… che viveva nelle profondità… è stato travolto dalla corrente oceanica e trascinato fin qui… E se non li avessimo aiutati, non sarebbero sopravvissuti”. Il mare, come in Lovecraft, non è solo origine del mostruoso, ma archivio di un passato rimosso, luogo di una verità che precede e relativizza l’umanità. Eppure, ne Il mare infetto così come nelle migliori pagine di Lovecraft, l’orrore non è mai soltanto distruzione: è anche rivelazione tragica, un improvviso schiudersi degli occhi, in particolare quando Seo capisce che – un po’ nello stile de L’invasione degli ultracorpi – una parte degli abitanti di Haewon è stata di fatto sostituita da altri esseri. Il dialogo un po’ assurdista con un’altra abitante della cittadina le fa capire quanto lo shock dell’epidemia e delle mutazioni si è silenziosamente tramutato in una placida accettazione di una nuova convivenza interspecie: “Quello non è tuo marito. Tuo marito è morto. Il cadavere in decomposizione che abbiamo trovato al porto di Okgye è il suo, mi è arrivata la conferma poco fa. Quello lì non so cosa sia, ma non è tuo marito” – “Ci dormo e ci mangio insieme, pensi che non me ne sia accorta?” – “Non è un essere umano, e neppure un infetto” – “Sì, è così. Però è anche… una persona molto gentile. È arrivato dal mare il giorno dell’inondazione”. In questa convivenza impossibile si apre una crepa etica che ribalta il punto di vista umano, mettendo in discussione l’idea stessa di normalità.

Gradualmente, e attraverso la prospettiva della protagonista Seo Mu-yeong, il romanzo ci porta alla rivelazione del reale antefatto dietro alla propagazione del morbo del Mare dell’Est e alle vicende che hanno sconvolto la cittadina di Haewon: “quel giorno lontano, l’eruzione e il maremoto risvegliarono una specie antica che attendeva dormiente sui fondali oceanici, e la riversarono sulla terra. Gli abitanti di Haewon socializzarono, convissero, ebbero rapporti sessuali con quegli esseri, mescolando il proprio sangue con il loro e dando vita a una nuova specie. Per quei mostri, il contagio rappresentò l’occasione per assumere l’identità dei cittadini deceduti e viverne la vita come parte delle loro nuove famiglie umane”. Qui l’eredità lovecraftiana è ancora una volta esplicita, ma Kim Bo-young la spinge oltre, trasformando l’ibridazione in un atto di sopravvivenza reciproca e non soltanto in una degenerazione mostruosa. È proprio in questo gesto empatico e insieme critico che Il mare infetto trova la sua forza maggiore: un romanzo che guarda all’orrore cosmico non come fuga dalla realtà, ma come strumento per attraversarla, comprenderla e restituirla nella sua forma più perturbante e, paradossalmente, più umana.

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