Rubrica Degenere: Gli Uccelli di Frank Baker, un controcanto a Hitchcock e alla du Maurier
Gli uccelli, in originale The Birds, è stato uno dei massimi successi della filmografia di Alfred Hithcock: presentato fuori concorso al Festival di Cannes del 1963, si trattava di un film semi-apocalittico che racconta una inquietante invasione degli uccelli in una piccola cittadina di Bodega Bay, con un finale aperto che lasciava il pubblico incerto sul destino dei protagonisti. Interpretato da un gruppo di attori relativamente poco noti all’epoca – Tippi Hedren, Rod Taylor, Jessica Tandy, Suzanne Pleshette, nonché una giovanissima Veronica Cartwright – Gli uccelli era tratto da un omonimo racconto di Daphne du Maurier, dalla cui opera letteraria il regista inglese aveva già adattato i film La taverna della Giamaica del 1939 e soprattutto Rebecca la prima moglie del 1940. Soprattutto nella sua forma cinematografica Gli uccelli ha avuto una grandissima influenza sul cinema e sulla narrativa di genere dei decenni successivi, venendo consacrato come una vera e propria pietra miliare del genere apocalittico e post-apocalittico, con una rappresentazione della natura e della animalità quantomai inquietante e ricca di suspence.
Una sorprendente riscoperta editoriale rimodula però tutte le certezze relative alla storia della concezione ispirativa del libro prima e del film poi: nel 1936 lo scrittore inglese Frank Baker aveva dato alle stampe un romanzo con lo stesso identico titolo, e con un’idea di fondo estremamente simile – un’apocalisse suscitata dagli uccelli, ambientata però nell’area di Londra anziché nell’entroterra rurale inglese nel caso del testo della du Maurier e statunitense nel caso del film di Hitchcock. A lungo dimenticato, Gli uccelli di Baker è stato recentemente pubblicato per la prima volta in edizione italiana dalla Cliquot, con una prefazione di Riccardo Nuziale che ricostruisce anche il sorprendente scambio epistolare che Baker e la du Maurier intesserono all’indomani dell’apparizione del film di Hitchcock nelle sale, passando rapidamente dalla minaccia di azioni legali ad affermazioni di reciproca stima; grazie al successo del film Gli uccelli di Baker ebbe una riedizione inglese nel 1964 – ma Bandini lascia vivo il sospetto del plagio, o quantomeno di un’ispirazione indebita, evidenziando che l’editore che aveva lanciato Baker negli anni trenta fosse il cugino di primo grado di Daphne du Maurier.
Tuttavia, al di là della irrisolta controversia attorno ai possibili legami con il racconto della du Maurier e di riflesso con il cult movie di Hitchcock, Gli uccelli di Baker resta un piccolo romanzo tanto affascinante quanto inquietante, con inaspettati détour metafisici nella seconda parte, un curioso gioiello perduto della letteratura inglese di genere della prima metà del secolo scorso. Aperto dalla citazione dell’antico inno ebraico “benedite, uccelli tutti dell’aria, il Signore”, e dalla – fittizia – vecchia canzone americana “gli uccelli, gli uccelli, dobbiamo sbarazzarci degli uccelli”, Gli uccelli di Baker è strutturato come il racconto che un uomo nato prima dell’invasione mondiale degli uccelli fa alla figlia, “forse l’unico uomo ancora in vita” a ricordare com’era la vita prima dell’apocalisse volatile: “Anna, se fossi vissuta prima dell’arrivo degli uccelli, conosceresti un posto chiamato scuola, dove ti siederesti a un banco tutto il giorno per imparare una quantità di cose noiose che non ti servirebbero a nulla. Dunque sii grata per quello che hai”. Prima dell’apocalisse suscitata dall’imbizzarrimento degli uccelli in tutto il mondo – il refrain “prima che arrivassero gli uccelli” attraversava tutto Gli uccelli bakeriano – il protagonista e io narrante del lungo flashback in cui si snoda il romanzo era un semplice impiegato in una compagnia di assicurazione marittima, che sulla soglia della morte rievoca con nausea alla figlia “l’inerzia patetica” dei visi dei colleghi, e ricorda il “nome davvero appropriato” della Leadenhall, la “sala di piombo” dove si trovava il suo ufficio – da notare che a Leadenhall Street in Londra si trovi tuttora la sede storica di Lloyd’s Assicurazioni.

L’alienazione è invero un grande tema nascosto del libro, forse quello meglio tratteggiato pur rimanendo nel sottotesto; tra gli altri passaggi meditativi e intellettuali del libro c’è l’abbandono del romanticismo a favore di una sensualità più bruta – “la guerra a cui ho accennato prima”, la Prima guerra mondiale, “aveva fatto crollare moltissime vecchia convenzioni, perché i momenti di crisi mettono a nudo le più basilari passioni di uomini e donne: vedendo la morte in faccia, i giovani non possono più ignorare quello che il sangue chiede. Quegli anni ci misero di fronte, quasi con violenza, al fatto che uomini e donne sono fondamentalmente uguali, che rispondono agli stessi stimoli, gli uni con gli altri” -, una riflessione forse debitrice del Freud de Il disagio della civiltà, e un omaggio metaletterario ai libri, a quel “mondo crepuscolare di ombre più duttili delle forme vive” in cui il protagonista all’incedere dell’apocalisse si immerge sempre di più, trovando le “parole stampate sulla pagina, preferibili a quelle pronunciate da un amico o da un’amante”. Non mancano però momenti di nostalgia verso il passato pre-apocalittico, verso quel grigiore borghese in cui l’io narrante era cresciuto: “eppure, a un tratto niente di ciò che vedo davanti a me sembra reale. Per un istante vorrei riavere quella vecchia vita, fatta di bugie o verità, ipocrisia o sincerità, codardia o coraggio”. Risalente a metà degli anni trenta, Gli uccelli di Baker contiene anche un riferimento ad Adolf Hitler storiograficamente interessante, in un breve passaggio in cui parla della Germania governata da un “noto persecutore degli ebrei e oracolo dell’antico grido di guerra imperiale del suo Paese”, di cui “nessuno sulla nostra isola prendeva sul serio le candide aspirazioni”: allo scoppio dell’apocalisse aviaria, nel bel mezzo di un comizio un uccello gli defeca in testa mentre uno stormo fa a brandelli la bandiera del Reich.
Nella trama del romanzo, la prima vittima in Inghilterra è curiosamente una maitresse di un bordello di Londra; quando l’emergenza si fa più seria, dodici cacciatori vengono inviati a sparare agli uccelli ad Hyde Park per scacciarli, ma il maxi-stormo si divide in altrettanti gruppi che becca a morte i tiratori. Ogni persona a Londra si trova presto con un volatile al seguito: al numero di uccelli “sembrava che non ci fosse fine”, fino ad attribuirgli il nome biblico di “flagelli dell’aria”: come viene detto al protagonista, “se provi a ucciderlo” -uno degli uccelli -, “ucciderai solo te stesso”. Baker dimostra una certa attenzione anche per il motif della devastazione delle architetture religiose inglesi: in una veduta post-apocalittica collocata all’inizio del romanzo, l’io narrante si sofferma a ricordare “questi posti” che “si chiamavano cattedrali; secoli fa, generazioni di uomini si succedevano per erigere monumenti in pietra e mattoni che celebrassero la bontà del lordo Dio” ma “quello che una volta era stato l’orgoglio della nostra gente – un tempio sormontato da una magnifica torre a cupola – ora si ergeva vuoto davanti a me come un guscio d’uovo crepato che mordeva il cielo”; e uno dei momenti più agghiaccianti de Gli uccelli bakeriano è la scena catastrofica alla Cattedrale di Londra dove centinaia di persone erano andate obbedendo all’”impulso religioso di rendere grazie a Dio per la fine della siccità”: sotto i colpi degli uccelli lo storico finestrone collassa e gli stormi attaccano gli umani all’interno della Cathedral, mentre il protagonista si immerge in una fantasia di fuga spiritualeggiante: “mi attraversò un pensiero: se fosse possibile convincere tutte queste persone a rimanersene tranquilla al loro posto, a pregare e ad affrontare i loro Demoni, forse un miracolo di pace e felicità potrebbe finalmente avvolgere Londra”.
I passaggi più inaspettati del romanzo sono effettivamente quelli più meditativi, inseriti nel secondo e più breve capitolo dei tre che compongono la linea narrativa principale del romanzo – La montagna, inserito tra Il contesto e La rovina – al netto della cornice della figlia che rievoca i ricordi del padre morto. Isolatosi tanto dagli uccelli tanto dagli umani su una montagna non lontana da Londra, il protagonista ricorda come “inspirai ed espirai ancora, più profondamente. Sulla mia lingua un sapore di vita, un sapore dolce, purificante, che non avevo mai sentito prima. E più respiravo, pienamente consapevole di dare e ricevere onde di vita, più il mio spirito si calmava” e giunge all’epifania che “Il mio subconscio altro non era che l’Anima cosciente che si esprimeva a versi, comunicava con gesti strani, come un uomo che abbia perso la parola. Parlare di corpo, Anima e Spirito generava una gran confusione. Esistevano solo corpo e Anima e, tra i due, un ponte che rendeva possibile la loro comunicazione”. In un curioso slancio metafisico, il protagonista perviene alla conclusione che “la natura dell’esistenza era duplice, non triplice, come sembrava far intendere la dottrina della Trinità cristiana. Ovunque c’erano prove di questa verità. Lì, sulla montagna. Inspirai: espirai. E in quella semplice azione percepii il duplice scopo dell’esistenza, il doppio movimento che senza sosta incanala la vita al suo corso”. Di fronte alla constatazione della crescente devastazione inferta alla città di Londra dagli uccelli, “in uno slancio appassionato e disperato insieme – in cui tutta la miseria della Terra in rovina mi sembrò la mia – alzai la testa verso il cielo e gridai: ‘Per quanto tempo ancora, Signore, per quanto tempo?’”. Gli uccelli di Baker formula esplicitamente un interrogativo spesso rimosso nei romanzi e nei film apocalittici di simile tenore – “ma questi uccelli sono davvero creature naturali? Può una visione materialistica spiegare la loro presenza in mezzo a noi?” -, riconnettendo i temi narrativi del libro e della narrativa di fine del mondo tutta alla loro origine storico-filologica, l’escatologia cristiana e occidentale tout court.

A ben vedere, tutti e tre Gli uccelli – il romanzo di Baker del 1936, il racconto della du Maurier del 1953 e il film di Hitchcock del 1963, che può considerarsi a tutti gli effetti come una narrazione autonoma dal momento che il regista aveva istruito il suo sceneggiatore Evan Hunter a riscrivere in toto la trama al di là del titolo e dello spunto iniziale fornito dalla scrittrice – problematizzano in una chiave sinistra il tema dell’animalità e del rapporto tra uomo e natura. Negli scritti di Baker e della du Maurier così come nel film di Hitchcock, gli uccelli non sono più soltanto agenti dell’orrore, ma segni erranti, quasi geroglifici di una natura che ha cessato di essere sfondo e si è fatta linguaggio indecifrabile – e la loro minacciosa ribellione nei confronti degli uomini testimonia l’epifania negativa che il creato non è stato fatto per l’uomo, in antitesi a ogni lettura biblica e in generale teleologica del rapporto tra umanità e natura. E forse è proprio qui che il dispositivo apocalittico dei tre Gli uccelli rivela la sua natura più profonda: non si parla tanto della fine del mondo, quanto della sospensione dello statuto di evidenza del ruolo dell’uomo al suo interno, il momento in cui ciò che chiamiamo “natura” o “storia” smette di essere un dato e diventa una domanda, una messa in crisi. Se vogliamo, gli uccelli non arrivano mai davvero: sono già sempre arrivati, o forse non hanno mai smesso di farlo, come un pensiero che ritorna senza origine, insistendo sul limite stesso tra visibile e dicibile, tra ciò che è accaduto e ciò che continua a non poter essere definitivamente raccontato. Con l’accresciuta pregnanza adesso che la questione ecologica ha preso il sopravvento nel dibattito pubblico, si potrebbe adesso arguire che tutti e tre Gli uccelli raccontino la fine dell’Antropocene, inteso non come epoca storica ma come certezza del privilegio umano sul mondo. Non si tratta allora di un ribaltamento di gerarchie, ma della rivelazione che ogni gerarchia tra umano e non umano era già una costruzione ideologica, improvvisamente resa visibile nella sua fragilità. In questa prospettiva, ciò che resta non è un “dopo” della natura, ma un presente in cui l’umano scopre di non essere mai stato il centro dell’universo. Ed è forse in questo scarto, in questa perdita di centralità che non produce consolazione ma vertigine, che il racconto degli uccelli continua a lavorare, suggerendo la perturbante possibilità che l’umanità venga attaccata proprio da quegli stormi che solcano il cielo da milioni di anni prima che gli aerei iniziassero a lanciare la loro sfida all’aria.

