Minotaur

Minotaur – Nel labirinto del potere recensione film di Andrey Zvyagintsev [RoFF 21]

Minotaur - Nel labirinto del potere, liberamente tratto da Una moglie infedele di Claude Chabrol

Minotaur – Nel labirinto del potere recensione film di Andrey Zvyagintsev con Dmitriy Mazurov [RoFF 21]

 

Sono passati quattro anni da quando la Russia invase l’Ucraina, dando vita a una guerra che ha cambiato la geopolitica mondiale. Nessuno meglio di Andrei Zvjagincev avrebbe potuto dirigere un film sull’impatto della guerra nella società russa. Il regista non è solo uno dei cineasti russi più importanti in circolazione, ma si è già distinto per un cinema fortemente critico nei confronti del sistema politico e sociale della sua madrepatria. Non è da meno il suo ultimo film, Minotaur.

Il titolo è già di per sé indicativo: lo è, in particolare, il richiamo mitologico al Minotauro, che rimanda all’ambizione universalistica a cui aspira il progetto.

L’ispirazione viene dal film del 1969 di Claude Chabrol, Stephane, una moglie infedele. Andrei Zvjagincev ambienta Minotaur nel 2022, in una città di provincia della Russia. Il protagonista è un direttore d’azienda che si trova costretto a scegliere quattordici suoi dipendenti da mandare al fronte. Contemporaneamente continua la sua vita borghese, ma con il passare del tempo si accorgerà che la distanza tra lui e la moglie è diventata sempre più grande, inizia così a sospettare che la moglie lo stia tradendo. Quali saranno le conseguenze di questi eventi?

La guerra è sempre sullo sfondo in Minotaur, che con grande maestria intreccia il dramma borghese al film politico, creando un parallelismo suggestivo tra la vicenda personale del protagonista e il sistema che l’opera intende denunciare.

La regia dà molta importanza alle atmosfere, gli spazi in cui si muove il nostro protagonista sono carichi di significato: i dettagli della guerra sono evidenti ma solo sullo sfondo della vita dei russi, impotenti davanti a un sistema più grande di loro. Quello che la macchina da presa rappresenta è una violenza latente, nascosta, una miccia pronta a esplodere che lascia lo spettatore in uno stato d’inquietudine per tutta la durata del film.

La violenza della guerra e la corruzione del sistema, si riversano sul protagonista, meschino e tronfio della sua impunità. Un personaggio figlio e vittima di quel sistema.

Quando la tragedia familiare esplode, il protagonista è obbligato a fare i conti con una morale corrotta. L’unica soluzione diventa quella della fuga, quella di lasciare il paese e la sua violenza, ma il finale è tutt’altro che rassicurante: per il Nostro è ormai impossibile fuggire, non ci si può ripulire la coscienza.

La violenza è una macchia che segnerà per sempre l’apparato politico della Russia così come la sua vita.

Che grande idea di cinema.

Sintesi

La grandezza di Minotaur sta nello scegliere una storia borghese per raccontare la Russia di Putin, rendendo così la violenza endemica del sistema russo non un elemento circoscritto alla politica ma una tragedia umana. Un messaggio teorico supportato da una regia impeccabile, che con grande eleganza coglie l’essenza di quell’atmosfera, di un clima sociale e politico corrotto fino al midollo

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