Il Filo del Ricatto recensione film di Gus Van Sant con Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo e Al Pacino.
di Joaldo N’kombo

Era Daniel Day-Lewis a dire, in There Will Be Blood, le seguenti battute: “I drink your milkshake!”. In quello che è tutt’oggi uno dei film più importanti degli anni 2000 viene fatta una radiografia certosina di un opportunista, di un avaro e un crudele: il più grande eroe del capitalismo. Paul Thomas Anderson, regalandoci Daniel Plainview e quella sua iconica frase, offre la metafora con cui codificare l’attualità: nel mondo c’è chi il milkshake lo beve, a discapito di tutto e tutti, e chi racimola gli avanzi. Molto semplice. Tutto ciò diventa ancora più palese guardando alla società di oggi in cui è sempre più arduo sfuggire dalla polarizzazione ricco/povero, sfruttatore/sfruttato.
Perciò, il pregio più grande del film di Gus Van Sant, forse è proprio quello di inserirsi nel contesto attuale, di arrivare nel momento giusto della storia, quando si sentiva il bisogno del racconto di un anti-eroe che, scoprendo di essere stato fregato dal Daniel Plainview di turno, ha deciso di contrattaccare, di ribaltare il paradigma.
Ne Il filo del ricatto, Tony Kiritsis (Bill Skarsgård) accusa la società di mutui a cui si è affidato, la Meridian Mortgage Company, di avergli subdolamente portato via tutto, di aver approfittato della sua buona fede per umiliarlo. Per questo, di tutta risposta, Tony rapisce Richard Hall (Dacre Montgomery), membro di spicco nell’organico della compagnia ma che, soprattutto, è il figlio di M. L. Hall (Al Pacino), presidente della stessa e vero bersaglio di Tony. Il tutto si traduce in un grande evento mediatico seguito in diretta.
Quella che Gus Van Sant mette in scena non è solo la storia di un sequestro, ma, bensì, anche un evento realmente accaduto. Per questo Il filo del ricatto è anche un film che dialoga con il passato, e lo fa in maniera costante non solo riesumando un determinato fatto di cronaca, ma anche utilizzando elementi estetico/formali che mostrano come il regista abbia voluto rendere il suo progetto consapevole di sé stesso.
C’è un gioco stilistico che impone costantemente il parallelismo e la riesumazione degli anni 70, solamente che, più che riviverli, di quegli anni si ha la sensazione di star assistendo a una messa in scena. Infatti, fotografia, regia, costumi e musiche lavorano insieme per confezionare un’immagine abbastanza pop, ammaliante e di facile presa, che utilizza a più riprese il fermo immagine e formati video diversi per mimare la narrazione telegiornalistica del tempo.

L’unico – e importante – limite di questa formula è che Il filo del ricatto non riesce mai veramente ad acquisire una sostanza e uno spessore che lo possano rendere memorabile, ovvero un film che va più a fondo della propria immagine, come lo è stato, per esempio, quel Dog Day Afternoon di Sidney Lumet, film di altra caratura ma che, per certi versi, risulta molto simile al film di Van Sant.
I problemi de Il filo del ricatto risiedono proprio nel fatto che non riesce veramente a progredire nella sua tensione, rimanendo piuttosto piatto, seppur godibile, per tutta la sua durata.
Sicuramente risaltano invece le interpretazioni. Basti citare la grandissima prova di Bill Skarsgård che regala allo spettatore una performance attoriale incredibile, tanto che, il suo Tony, è senza ombra di dubbio l’elemento che più risplende all’interno del film. Si ha a che fare con un personaggio rappresentante l’uomo comune, il lavoratore onesto che, come molti all’epoca, sognava il proprio american dream. È uno Skarsgård versatile, che dipinge su schermo lo sdegno di un uomo ferito e arrabbiato senza però trascurare gli aspetti più comici e fragili del personaggio, quelli che umanizzano molto il suo Tony.
Ottimi anche Dacre Montgomery, Colman Domingo e lo stesso Al Pacino; in quei pochi momenti in cui Skarsgård non è protagonista della scena, non fanno rimpiangere il protagonista.
Soprattutto sull’interpretazione e il personaggio di Dacre Montgomery si potrebbe effettivamente dire di più perché, infatti, il suo Richard è lo specchio di Tony: è il suo nemico, colui che rappresenta in qualche modo ciò che disprezza, eppure, allo stesso tempo tra i due uomini ci sono dei punti in comune, delle fragilità – sicuramente di natura diversa – ma che consentono comunque la rappresentazione di una dinamica rapitore/vittima particolare, impreziosita dall’alchimia che scorre tra i due attori.


