Portobello recensione serie tv di Marco Bellocchio con Fabrizio Gifuni, Lino Musella e Barbora Bobulova [HBO Max]

Non è così importante come mi chiamo, ma da un po’ di tempo scrivo di cinema. Nel corso degli anni mi sono occupato di tante storie come questa, storie che forse conoscete, o che forse non avete mai sentito nominare. Storie di cinema, di cronaca, di cronaca giudiziaria raccontate attraverso la macchina da presa.
La recensione che state per leggere si intitola Portobello: vi racconterò la nuova serie tv di Marco Bellocchio, tentando di mostrarvi non tanto la pellicola in sé, ma tutto quello che le gira intorno, il modo in cui il regista ha ricostruito la verità, le sue intuizioni e i suoi errori, e il modo in cui la sua opera influenza la nostra memoria e il modo in cui i fatti di allora riecheggiano nel presente.
Il 17 giugno 1983, alle 4 e 30 del mattino, i carabinieri bussarono alla porta di una stanza dell’Hotel Plaza a Roma, in via del Corso. Iniziò così una delle vicende giudiziarie più incredibili della storia d’Italia. Enzo Tortora, il conduttore di Portobello, venne arrestato con l’accusa di far parte della camorra. Contro di lui c’erano i racconti di due pentiti, Pasquale Barra detto ‘o animale, e Giovanni Pandico, chiamato ‘o pazzo.
La storia del caso Tortora è la storia di indagini che non vennero fatte, di pentiti che si giurarono vendetta l’uno contro l’altro, di elastici di slip rotti e di centrini da tavola realizzati all’uncinetto da un carcerato. Ma anche di 28 milioni di spettatori, di quattro anni di una vicenda giudiziaria che oggi, a raccontarla, pare davvero impossibile che sia potuta realmente accadere.
Marco Bellocchio, con Portobello, prova a mettere in scena tutto questo. E non è affatto semplice. Il regista che che ha trasformato il suo sguardo autoriale in un vero e proprio metodo di indagine sulla storia italiana – da Buongiorno, notte a Esterno notte, passando per Il traditore – questa volta sceglie la serialità per restituire al caso Tortora la sua dimensione più autentica: quella di un meccanismo complesso, corale, quasi mostruoso nella sua perfetta orchestrazione involontaria.
Sembra quasi di assistere all’incarnazione del processo di K. immaginato da Kafka, nella dimostrazione tangibile dell’assioma che ammette nel campo dell’esistenza tutto ciò che può essere immaginato. Il regista emiliano incide la sacca dello scandalo giudiziario per far fuoriuscire i liquidi rappresentativi dello spirito del tempo e mandarli in laboratorio per le analisi del caso.
Due valori attirano particolarmente l’attenzione. Da un lato il varietà di Portobello, con le sue invenzioni strampalate e il suo pubblico provinciale, quasi una liturgia pagana della domenica sera officiata da Fabrizio Gifuni – Enzo Tortora – al limite della perfezione. Dall’altra le celle delle carceri di massima sicurezza, dove Giovanni Pandico – interpretato da un sornione ma agghiacciante Lino Musella – guarda quella stessa televisione e matura la sua vendetta. Dalla loro unione, come sottolinea la Tammuriata nera che fa capolino negli episodi, nascerà qualcosa di impossibile e, proprio per questo, reale.


