Her Private Hell

Her Private Hell recensione film di Nicolas Winding Refn

Her Private Hell recensione film di Nicolas Winding Refn con Sophie Thatcher e Charles Melton

Her Private Hell di Nicolas Winding Refn (Credits: Mubi)

Her Private Hell di Nicolas Winding Refn (Credits: Mubi)

Her Private Hell è l’ultimo film di Nicolas Winding Refn, mostrato in anteprima al Festival di Cannes. Il regista a Cannes dopo dieci anni dal suo ultimo lungometraggio: The Neon Demon.

L’ultima (anzi, meglio dire penultima) impresa portata al Festival dal regista danese venne recepita con recensioni miste da parte della critica. C’è chi l’ha recepita come un’opera dalla forma entusiasmante ma dalla sostanza scarna, e chi come un film profondo e interessante.

Negli ultimi anni Refn si è concentrato molto sullo sviluppo di serie televisive, una per Prime e una per Netflix. La prima fu Too Old to Die Young e l’altra Copenaghen Cowboy. Poteva essere la sua formula giusta, peccato che entrambe le serie non furono tanto viste dal pubblico.

Refn decide di tornare al cinema, proprio allo stesso Festival che, in passato, aveva visto la critica spaccarsi nei suoi confronti. Questa volta, però, l’accoglienza è stata ben diversa: il giudizio è apparso sorprendentemente unanime nel considerare il film un’opera non riuscita. Her Private Hell può comunque contare su un cast interessante.

La protagonista è Sophie Thatcher, attrice ormai decisamente in rampa di lancio. Talmente in rampa di lancio che sembra quasi troppo proiettata verso la stratosfera per continuare a far parte di Yellowjackets, serie di successo ma che, al confronto, appare ormai quasi troppo piccola per lei. Al suo fianco troviamo Charles Melton, Kristine Froseth e Havana Rose Liu.

Il film è un miscuglio di suggestioni cinematografiche, accompagnato da una fotografia magniloquente e dominata dai neon, ormai un marchio di fabbrica del regista. Le influenze sono numerose: la prima sequenza richiama apertamente Blade Runner, mentre l’elemento slasher, esaltato dalla fotografia, rimanda alla cinematografia di Dario Argento.

In Her Private Hell c’è anche una componente action che ricorda Solo Dio Perdona, film precedente film del regista. Il problema è che, per quanto ben eseguita, finisce per rappresentare uno dei punti deboli dell’opera. Non per la sua natura action in sé, quanto per la scarsa organicità con il resto del film, sia sul piano del tono che su quello della narrazione.

Il film ruota attorno a Elle, interpretata da Sophie Thatcher, un’attrice che vive in un lussuoso palazzo avvolto da una misteriosa nebbia, apparentemente estesa al resto del mondo. Elle deve girare un film di fantascienza in stile Star Trek insieme alla sua ex migliore amica, diventata nel frattempo la sua nuova matrigna. Anche per questo, e per molte altre ragioni, il rapporto con il padre è estremamente conflittuale. A fare da sfondo alla vicenda c’è la minaccia di una misteriosa figura, il Leatherman, un killer che emerge dalla nebbia per compiere brutali omicidi.

Il film finisce purtroppo per incarnare proprio ciò di cui veniva accusato The Neon Demon. Se in alcuni momenti l’estetica riesce a risultare accattivante, tutto il resto appare artificiale: un gigantesco atelier abitato da tre persone in croce, tutte bellissime e, ovviamente, ricoperte di brillantini. La lentezza, cifra ricorrente del cinema del regista, non aiuta una sceneggiatura disorganica e poco coinvolgente.

I dialoghi sono al limite del didascalico e gli attori si lanciano in scambi dialettici fra personaggi rigorosamente in posa da photo shooting. La sottotrama del soldato Kay non è ben amalgamata e arriva veramente a casaccio, in punti che non sono collegati con la trama principale.

Lo spettatore passa tutto il tempo della visione a chiedersi il dunque della storia, e purtroppo quando si arriva alla fine di un film che dura poco, ma a livello percettivo pare di tre ore, si ha la percezione di un “filmetto”. Una pellicola slasher con un killer patinato non accattivante e poco carismatico, con personaggi insopportabili che vorrebbero metter in scena sequenze alla Velluto Blu, ma finisce per risultare il peggior Argento. Se Megalopolis di Coppola ricordava Adrian di Celentano per il tipo di morale senile, questo film ricorda la “memosa” serie evento per il tipo di trama imbastita. Un vendicatore dall’aspetto improponibile e una trama patinata e sconclusionata, scritta da un autore una volta grande.

Refn corre il rischio, e purtroppo ci è già cascato da qualche tempo, di prendere la deriva manieristica di Wes Anderson. Tutta forma, zero sostanza e due spettatori in croce a seguirlo. Si poteva fare di meglio e si può pretendere di meglio da autori di questo calibro. Una deriva spiacevole di un cinema d’autore che parla solo a sé stesso.

 

Sintesi

Un film manierista e scritto in maniera confusa. Refn confeziona una pellicola dalla sostanza scarna in cui i personaggi si muovono in location patinate e finte, scambiandosi dialoghi didascalici e lenti. Molto superficiale e vuoto di contenuto

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