Verity recensione film di Michael Showalter con Anne Hathaway, Dakota Johnson e Josh Hartnett [Anteprima]

Lowen Ashleigh (Dakota Johnson) è una scrittrice con all’attivo un paio di pubblicazioni di scarso successo. Un giorno le viene offerta l’occasione della vita: completare una celebre saga di letteraria che rischia di rimanere incompiuta. L’autrice, Verity Crawford (Anne Hathaway), è infatti rimasta catatonica dopo un incidente d’auto. Invitata a passare del tempo a casa della donna (per poter visionare gli appunti nel suo studio), Lowen stringe un rapporto sempre più profondo col marito dei lei (Josh Hartnett) e soprattutto scopre inaspettate verità sul passato di Verity, cominciando anche a dubitare che sia realmente paralizzata.
Verity è un triste esempio di come un soggetto traboccante di premesse magari non originali, ma sempre intriganti possano essere completamente asfaltate dalla mancanza di impegno. La base sarebbe ottima: abbiamo l’incapacità di distinguere tra realtà e finzione (tema sempre più attuale ogni giorno che passa), la riflessione sul ruolo degli artisti in quest’ambiguità, una riflessione sul tema della maternità e una sorta di sfida generazionale tra due attrici. Da un lato una veterana premio Oscar come Anne Hathaway, dall’altro un’interprete più giovane come Dakota Johnson, che ha dimostrato di saperci fare quando diretta dal regista giusto (si pensi alle sue collaborazioni con Luca Guadagnino). Anche la location si presenta come affascinante: una villa lussuosa in un contesto innevato, perfetta per rappresentare una prigione dorata.
Ma, come detto, nel portare il tutto in scena, il film mostra una grandissima noncuranza della produzione. Un dettaglio esemplificativo: le copertine dei romanzi di Verity non sono altro che il nome dell’autrice e il titolo dell’opera stampati a caratteri cubitali su sfondo nero. Nessuno sforzo creativo nell’idearle. Se fosse un caso unico sarebbe un semplice particolare che non influenzerebbe il risultato complessivo. Ma questa pigrizia emerge ovunque: dal primo incontro tra Lowen e il marito di Verity, che dovrebbe risultare inquietante ma finisce per essere involontariamente comico, alle scene oniriche della protagonista, fino alle rivelazioni finali. Ogni passaggio restituisce una sensazione di sciatteria e alimenta inevitabilmente il sospetto che il progetto punti soprattutto a sfruttare il nome di Colleen Hoover, autrice di It Ends with Us e del libro da cui il film è tratto.
Persino Anne Hathaway, che normalmente è in grado di regalare grandi performance anche nei suoi progetti minori (l’ha dimostrato meno due mesi fa in La fine di Oak Street) non riesce a lasciare il segno. Se non è un segno di film problematico questo…


