Digger recensione film di Alejandro González Iñárritu con Tom Cruise, Riz Ahmed e Sandra Huller
di Gregorio Spiritosi

E dopo Mickey 17, del grandissimo Bong Joon-ho, pure Alejandro G. Iñárritu, regista premio Oscar per Birdman, con Digger anche lui decide di mostrarci, con un’ironia nera e grottesca, le conseguenze della nostra noncuranza verso il pianeta Terra.
Con l’ottima interpretazione di Tom Cruise nei panni del protagonista, la vera domanda che rimane è: non andrà così male a noi… vero?
Digger Rockwell (Tom Cruise) è il capo dell’azienda petrolifera più importante e prolifica di tutta l’America e, per lui, questa è l’unica cosa che conta.
Tutto cambia quando Digger, mentre aspetta l’ennesima visita del veterinario per cercare di far sopravvivere un giorno in più il suo decrepito gatto, riceve una chiamata da un suo dipendente dalla Groenlandia che gli comunica la rottura dell’impianto di trivellazione, con annessa perdita di litri e litri di petrolio in mare.
Un problema da niente, se non fosse che, appena chiude la chiamata, Ganesh (Riz Ahmed), il responsabile della sicurezza ambientale, gli comunica che la fabbrica è esplosa, facendo sì che un gigantesco iceberg iniziasse il suo cammino per schiantarsi in Europa e uccidere milioni e milioni di persone.
In questo caos, il protagonista dovrà fare di tutto per far sì che la sua immagine non venga macchiata, che il suo fatturato non scenda più del dovuto e che gli azionisti rimangano contenti… ah sì, e anche che l’iceberg non faccia troppi danni.

Nelle varie tematiche che Iñárritu mette in scena nel suo Digger, la più evidente è ovviamente quella del cambiamento climatico, con il personaggio principale che ne è l’oratore di morte perfetto. Lui rappresenta la totale cecità verso questo argomento, messa in scena con un atteggiamento di deresponsabilizzazione dal problema; la colpa del disastro che sta avvenendo non è sua, ma del popolo che usufruisce del suo petrolio. Lui deve continuare a trivellare per loro, così da continuare a mantenere le loro vite perfettamente insostenibili.
Digger è solo un esempio: tutti nel film si deresponsabilizzano! L’unico che si salva è Ganesh, nome ripreso dalla religione indiana e, più nello specifico, dal dio capace di distinguere la verità dall’illusione. Cerca in tutti i modi di far ragionare Digger e la popolazione, ma sembra avere davanti persone ormai senza speranza.
Le due cose che colpiscono sono la scenografia, che diventa parte fondamentale della narrazione, con strutture folli ma anche molto eleganti, necessarie sia per descrivere i personaggi sia per riuscire a capire come inquadrarli e come farli muovere e la fotografia desaturata, che suggerisce un mondo a colori ma che in realtà è solo in bianco e nero, diventando così anch’essa un elemento di narrazione fondamentale.
Ottima la regia con un uso superbo delle lenti grandangolari per riprendere questi spazi giganteschi e assurdi. Le interpretazioni sono tutte di grande livello a partire da Tom Cruise, che consegna una delle migliori della sua carriera.
La sceneggiatura riesce ad essere molto interessante e intelligente, riuscendo a sorprendere lo spettatore anche più di una volta con vari cambi inaspettati che riescono comunque ad arricchire la narrazione sempre di più.


