Tripla Eco: dal racconto Adelphi di H.E. Bates al film con Oliver Reed
“Mio marito è prigioniero dei giapponesi. Probabilmente non lo rivedrò mai più. Non so altro”. Questo è l’incipit di Tripla Eco, breve racconto a firma dello scrittore inglese Herbert Ernest Bates (1905-1974), iniziato nel 1943, messo da parte per venticinque anni per poi apparire a puntate sul Daily Telegraph nel 1969 e l’anno successivo in volume.
H.E. Bates fu uno scrittore specializzato in romanzi e racconti ambientati nella campagna inglese: al suo tempo di grande successo, adesso un po’ dimenticato, fu celebre per il romanzo Amore per Lydia, la novella The Darling Buds of May e la raccolta di racconti My Uncle Silas, questi ultimi due titoli mai tradotti in italiano. Proseguendo un filone di riscoperte editoriali che ha portato negli ultimi anni alla ripubblicazione dei due romanzi di William Sloane, la casa editrice italiana Adelphi ha recentemente dato alle stampe la prima edizione italiana di Tripla Eco, per la traduzione di Giovanna Granato, presentandolo come un racconto miracolosamente calibrato, “perfetto in ogni dettaglio, dalla cadenza del fraseggio al susseguirsi delle stagioni, dai colori del paesaggio agli umori dei personaggi, fino al senso di prigionia che la neve insinua nell’‘estasi del vuoto’, nell’incosciente attesa di uno sparo, o della sua eco”.

Tripla Eco vede come protagonista Alice Charlesworth, una donna inglese che ha visto partire per la Seconda Guerra Mondiale suo marito, rimanendo sola in una fattoria nella campagna inglese con “a tenerle compagnia soltanto una mucca, una ventina di galline e un terrier incaricato di dare la caccia ai topi che infestavano il pollaio”. È in questo contesto bucolico ma desolato che Alice incontra Barton, un soldato inglese di stanza a una base vicina con cui intreccia una storia adulterina e clandestina, così travolgente che, libero per pochi giorni grazie a una licenza, non solo il militare non torna a casa dalla sua famiglia, ma si trattiene a oltranza nella fattoria della donna, violando completamente la data prevista di rientro nei ranghi. “Rimase la notte. La notte diventò un giorno e il giorno un’altra notte e poi un altro giorno. I giorni e le notti diventarono una settimana e poi un’altra settimana e poi una terza. La terza settimana diventò un mese e il mese era luglio”, scrive nel suo tono poetico e dolente Bates. Questo incontro di solitudini, dall’inevitabile esito tragico ma imprevedibile nei modi, raggiunge l’ostinazione paradossale di dover camuffare Barton vestendolo da donna per spacciarlo come una sorella nubile di Alice, soprattutto quando i superiori del soldato alla base militare iniziano a indagare sulla sua enigmatica sparizione.
L’episodio del primo incontro tra Alice e Barton risente in partenza di quell’ambivalenza tra amore e morte che permea tutto il racconto. Il soldato si addentra nei terreni della fattoria della donna trovandosi davanti Alice che, prendendolo per un ladro, gli punta contro un fucile da caccia. Chiarito l’equivoco Barton prova a tranquillizzare la donna sola: “‘non lo sa che non dovrebbe mai puntare un fucile contro qualcuno?’. ‘Scusi’ disse lei, e nel dirlo si stupì. ‘Scusi’. Abbassò il fucile. Per dieci secondi buoni rimasero in silenzio. Lui si passò un paio di volte le dita tra i capelli. Smuovendoli sembravano più bianchi che mai, quasi luminosi contro l’ombra sempre più scura degli alberi sullo sfondo”. Il sentimento che nasce precipitosamente tra i due diventa una passione totalizzante, un rifugio dal mondo esterno e dalla sua barbarie che fa provare alla donna “la sensazione che la guerra non ci sia più” – come viene detto in uno dei dialoghi tra i due amanti: “ci sono due persone e nient’altro e si trovano in una specie di vuoto. Ci sono solo due persone, sono qui e tutto quello che c’è fuori non conta… Non fanno parte di niente tranne quello che c’è qui”.
Il travestimento femminile che da un certo punto della storia Barton indossa fa assumere a Tripla Eco una sfumatura che retrospettivamente diremmo queer, come in una scena di reciproca seduzione in cui Alice gli accarezzò i capelli. “La loro straordinaria impalpabilità, dall’aspetto così femmineo, la eccitò ancora di più. Un attimo dopo lo aiutava a sfilarle il maglione da sopra le spalle”. Il travestimento da donna però presto genera tensione tra i due amanti: “‘non vuoi questo e non vuoi quest’altro. Non ti piace questo e non ti piace quest’altro. Non ti piace atteggiarti a donna. Dio, non solo sembri una donna. Stai cominciando a essere come una donna. A pensare come una donna. Hai cominciato a essere capriccioso, viziato, schizzinoso…’”, dice Alice a Barton in un dialogo, e la situazione degenera rapidamente quando, sulle tracce del soldato disertore, un gruppo di sottoufficiali raggiunge la fattoria e inizia a rivolgere attenzioni erotiche alla silenziosa “sorella” della protagonista, che a sorpresa, e un po’ civettuosamente, si lascia corteggiare.
Il passaggio più bello del racconto è il racconto della nevicata e dell’effetto euforico, per non dire estatico, che la visione del banco di neve produce su Alice: “era fuori di sé dalla gioia. Il senso di prigionia creato dalla vastità della neve le restituì un’impressione d’inviolata sicurezza. Sentì di nuovo che lei e Barton erano tagliati fuori dal mondo: il mondo del sergente, dei carri armati, dei balli, della ridicola beffa che era la vigilia di Natale. Anche quella prigionia bianca le risollevò il morale. Paradossalmente, meravigliosamente, si sentiva libera”. Tutta la storia raccontata da Tripla Eco è resa con uno stile di narrazione al tempo stesso lirico ed equilibrato, molto giocato sulle sonorità e sui colori della natura. Un romanziere riconosciuto del calibro di Graham Greene annoverava H.E. Bates tra i migliori novellisti a lui contemporanei, e Tripla Eco, nella sua semplicità, è un ottimo esempio di prosa breve, che tratteggia con efficacia la psicologia dei suoi due protagonisti, descrive in maniera avvolgente l’ambientazione e offre uno spaccato storico significativo da una prospettiva inedita.

Da Tripla Eco nel 1972 venne tratto un film omonimo che segnò il debutto alla regia di un lungometraggio per il grande schermo di Michael Apted, regista britannico scomparso nel 2021 destinato a realizzare nel corso della sua carriera titoli pluricandidati all’Oscar come La ragazza di Nashville o Gorilla nella nebbia, l’acclamato biopic in costume Amazing Grace e il quarto e ultimo capitolo della saga cinematografica tratta da Le cronache di Narnia di C.S. Lewis. La versione cinematografica di Tripla Eco vedeva come protagonisti la due volte premio Oscar Glenda Jackson nel ruolo di Alice e Brian Deacon in quelli di Barton. Nel film compariva anche, nella parte del sergente che va alla ricerca del disertore, il grande caratterista inglese Oliver Reed, noto soprattutto per I diavoli di Ken Russel, vari film di serie B di Terrence Fisher e della Hammer e per il ruolo di Proximo ne Il gladiatore di Ridley Scott, sul cui set morì improvvisamente. Il film Tripla Eco, realizzato da Apted dopo una lunga e prolifica gavetta da regista televisivo, era un passion project della Jackson, che accettò di girare a un cachet ridotto pur di interpretare la pellicola; ricevette discrete recensioni e creò un po’ di scompiglio al Festival internazionale del cinema di Mosca, dove venne inizialmente bannato e poi riammesso dopo il parziale taglio di una scena erotica.
È proprio in questo slittamento tra pagina e schermo che Tripla Eco continua a risuonare, fedele al proprio titolo. Se nel racconto di H. E. Bates l’eco è anzitutto acustica e interiore – i canti degli uccelli contrapposti agli spari, con la neve che attutisce i rumori e il silenzio che amplifica il desiderio e la colpa – nel film di Michael Apted diventa eco visiva, incarnata nella fisicità inquieta di un maschile che si traveste e si smarrisce. È la storia di una diserzione che non è soltanto militare ma esistenziale: disertare il fronte, disertare il ruolo, disertare perfino il proprio genere come destino imposto. Nell’estasi bianca della loro relazione clandestina che li isola e li protegge, Alice e Barton tentano di sospendere la Storia, di creare una bolla in cui la guerra non esista; ma la guerra, come ogni dispositivo di potere, non tollera vuoti. Rientra dalla porta di servizio, nei desideri repressi, negli sguardi dei sottoufficiali, nel bisogno di possesso che incrina l’idillio. Riletta oggi, l’opera di Bates – e la sua trasposizione cinematografica – appare meno come un melodramma rurale e più come un apologo sulla fragilità delle identità e sulla violenza delle cornici sociali che le imprigionano.

