Il romanzo d’esordio di Keanu Reeves: recensione del libro Il libro dell’altrove, scritto con China Miéville ed edito da Minimum Fax
Esce adesso per Minimum Fax la traduzione italiana de Il libro dell’altrove, romanzo di fantascienza a quattro mani scritto dall’autore inglese China Miéville e dal celeberrimo attore hollywoodiano Keanu Reeves, dopo alcune esperienze col fumetto e l’indefinibile libro Ode to Happiness realizzato assieme alla compagna pittrice Alexandra Grant.
China Miéville, classe 1972, è una delle figure più radicali e influenti della narrativa speculativa contemporanea. Associato al filone della weird fiction e a quello dell’urban fantasy, ha contribuito in modo decisivo a ridefinirne i confini, intendendo il weird non come semplice eccentricità immaginativa, ma come una vera e propria frattura del reale, influenzata anche dalla sua aderenza all’immaginario marxista. Nei suoi romanzi l’irruzione dell’alterità non serve a evadere dal mondo, bensì a renderlo più opaco, instabile, politicamente e ontologicamente inquieto. Le sue influenze affondano nel gotico ottocentesco, in H.P. Lovecraft, in Mervyn Peake, nella fantascienza sociale e nel surrealismo, filtrate attraverso una sensibilità critica che guarda alla letteratura come strumento di interrogazione del potere e delle strutture che regolano la realtà. Nel corso della sua carriera Miéville ha ricevuto i più importanti riconoscimenti internazionali del genere – più volte candidato o vincitore dei premi Hugo, Nebula o Bram Stoker, tra le altre cose – affermandosi come autore capace di coniugare invenzione visionaria, rigore intellettuale e sperimentalismo letterario. I mondi narrativi in cui si svolgono i suoi romanzi rifuggono la coerenza rassicurante, preferendo l’ambiguità, il mostruoso e il senso di spaesamento come strumenti conoscitivi.
Al suo esordio come autore nella narrativa di finzione Keanu Reeves, dal canto suo, è da decenni che esplora i territori della fantascienza e della speculazione filosofica. Dalla tetralogia di Matrix, che ha trasformato il rapporto tra realtà, simulazione e identità in una questione pop e metafisica, a Ultimatum alla Terra (in originale The Day the Earth Stood Still), remake di un classico della fantascienza degli anni cinquanta, dove l’alterità aliena diventa giudizio morale e interrogazione ecologica sul destino dell’umanità, Reeves ha spesso incarnato figure liminali, sospese tra mondi e sistemi di valori incompatibili. Non meno importanti nella storia della fantascienza cinematografica dell’ultimo trentennio sono stati i suoi ruoli in film come Johnny Mnemonic, pionieristico adattamento cyberpunk che anticipa molte ossessioni della cultura digitale contemporanea; A Scanner Darkly, girato da Richard Linklater in rotoscopia e basato su un romanzo di Philip K. Dick, raffinata riflessione sulla percezione, la dipendenza e la frammentazione dell’io; o Replicas, variazione inquieta sul tema della clonazione e della coscienza.
In tutti questi ruoli fantascientifici, il genere da lui più calcato dopo l’action, Reeves aveva interpretato personaggi chiamati non tanto a dominare il reale quanto a metterlo in discussione, spesso attraversati da una radicale inadeguatezza ontologica. Queste stesse suggestioni si ritrovano ne Il libro dell’altrove, esempio di fantascienza letteraria perturbante che più che all’immaginazione scientifica si nutre di metafisica, cosmologia e mitologia. La storia narrata nel romanzo ruota infatti attorno a Unute, un guerriero condannato a un’esistenza che attraversa ottantamila anni di storia, reincarnazione dopo reincarnazione. La sua immortalità non ha nulla di eroico o salvifico: è una condizione di logoramento continuo, un accumulo di memoria che diventa peso, stratificazione, quasi sedimento geologico dell’esperienza. Unute non è soltanto un personaggio, ma un luogo della coscienza, un archivio vivente in cui il tempo perde linearità e si fa materia opaca, difficile da abitare.

Dedicato “alle nostre madri, per la vita, per le storie… per l’amore”, e aperto da tre versi del grande poeta tedesco Rainer Maria Rilke – “e se ciò che è terreno ti ha scordato / di’ all’immobile terra: Io scorro / alle acque veloci: Io sono” – Il libro dell’altrove rappresenta un’ambiziosa trattazione di inquietudini archetipiche dell’essere umano: la paura della morte, qui rovesciata nella ricerca dell’immortalità da parte di un essere semidivino. Il tutto è calato in un contesto a metà tra il fantastico e il fantascientifico, descritto in una struttura narrativa complessa, con un lirismo di fondo che non si perde neanche nei passaggi più sperimentali che rasentano il flusso di coscienza. Il personaggio letterario di Unute si inserisce idealmente nella genealogia dei personaggi fantascientifici interpretati da Keanu Reeves al cinema, come il “ricordante” Johnny Mnemonic dell’omonimo film, l’eletto Neo di Matrix e l’alieno Klaatu di Ultimatum alla Terra: non è un eletto né un redentore, ma un sopravvissuto. La sua condizione richiama quella di chi ha visto crollare ogni orizzonte di senso e continua a esistere non per vocazione, ma per inerzia ontologica. La violenza che attraversa il romanzo non ha funzione spettacolare: è una ritualità stanca, quasi necessaria, che accompagna un corpo incapace di sottrarsi al tempo. Accanto a queste sequenze, la prosa si apre spesso a riflessioni più rarefatte sulla memoria, sulla perdita e sull’esaurimento spirituale, in un equilibrio costante tra fisicità e astrazione. Ne emerge un libro che può essere letto come un’epopea metafisica rovesciata. Non il racconto di una conquista, ma di una resistenza all’essere; non l’esaltazione dell’eterno, ma una struggente nostalgia per la finitudine. La domanda che attraversa silenziosamente il romanzo è semplice e vertiginosa: che cosa resta dell’umano quando il tempo non finisce mai? In questa prospettiva, la morte appare non come una mancanza, ma come un limite necessario affinché il senso possa emergere. In alcuni passaggi de Il libro dell’altrove, accanto ai canonici numi tutelari della weird fiction come Howard Phillips Lovecraft, J.G. Ballard, i fratelli Strugackij e Ursula K. Le Guin, si sentono anche echi dell’indagine sull’inumano compiuta dal premio Nobel Samuel Beckett nei racconti e romanzi degli anni trenta, quaranta e cinquanta, prima dell’approdo al teatro.
Nel dialogo tra le poetiche di Miéville e Reeves, Il libro dell’altrove trova una sua specifica tensione formale: da un lato la densità concettuale e politica della scrittura dell’autore inglese, dall’altro una sensibilità narrativa che sembra provenire dall’esperienza corporea e iconica del cinema. Il risultato non è una semplice sovrapposizione di stili, ma un’opera, forse imperfetta ma certo affascinante, che vive di attriti, di dissonanze produttive, in cui la parola letteraria si carica di una dimensione quasi performativa, mentre l’immaginario visivo resta costantemente evocato, mai completamente risolto. In questo senso il romanzo si colloca in una zona di confine non solo tra generi, ma anche tra linguaggi e tradizioni culturali differenti. Il libro dell’altrove parla tanto agli appassionati di fantascienza letteraria quanto a chi riconosce nel percorso artistico di Reeves una riflessione coerente, seppur frammentata, sull’alienazione contemporanea. È un testo che chiede tempo, attenzione e disponibilità all’opacità, e che proprio per questo si sottrae alle logiche del consumo rapido, rivendicando per la fantascienza un ruolo pienamente filosofico e tragico.
Il libro dell’altrove non è soltanto un romanzo di fantascienza, né un esercizio di stile a quattro mani, ma una meditazione narrativa sull’identità, sul peso della memoria e sull’altrove come spazio mentale prima ancora che geografico: un testo che non offre risposte definitive, ma invita il lettore a sostare nell’inquietudine, lì dove il pensiero smette di cercare soluzioni e inizia, finalmente, a farsi domanda.

