La bola negra recensione film di Javier Calvo e Javier Ambrossi con Guitarricadelafuente e Miguel Bernardeau

Dopo il passaggio al Festival di Cannes, dove i registi Javier Calvo e Javier Ambrossi hanno condiviso ex aequo con Paweł Pawlikowski (Fatherland) il premio per la miglior regia, La bola negra si candida ad essere uno dei titoli più attesi e importanti della stagione. Il successo in Spagna è stato clamoroso, tale da trasformare il film in un fenomeno culturale a trecentosessanta gradi. Su questa scia sembra spianata la strada verso gli Oscar, dove ha tutte le carte in regola per dire la sua.
Oltre a questo successo, La bola negra è veramente il capolavoro di cui tanti parlano?
Al centro del film ci sono tre storie ambientate nel 1932, nel 1937 e nel 2017. Le diverse epoche inizieranno a dialogare tra di loro, accomunate da tre personaggi che vivono la loro omosessualità in momenti e contesti storicamente diversi. La bola negra diventa un ritratto, non soltanto della sessualità, ma anche di un’intera nazione: quella spagnola. Segnata dalla Guerra civile e da un passato complesso.
Con questi presupposti, diventa un film molto più complesso. Basterebbero le prime scene per rendere giustizia all’ambizione del progetto dei Los Javis (pseudonimo dei due registi). Un’opera magniloquente, spettacolare e di grande eleganza cinematografica.
Prima di tutto, però, La bola negra si distingue per la sua notevole rilevanza storica.
Non tanto all’ambientazione quanto al richiamo alla storia di un Paese, nel tentativo di costruirne una vera e propria autobiografia. Per tracciare questo disegno si serve di tre personaggi, ognuno dei quali diventa metafora di un periodo storico, in un film che usa la loro psicologia per raccontare un pezzo della storia del paese.
Sotto questa luce va analizzata anche la loro omosessualità, in un’opera che ritrae la sessualità con sensualità, attribuendole un ruolo artistico. Riflessione stimolata dalla splendida scena in cui appare il personaggio interpretato da Penélope Cruz, a cui viene affidato un dialogo sull’importanza della sessualità all’interno del processo artistico.
La sessualità dei protagonisti diventa uno spazio in cui La bola negra racconta come avviene la creazione dell’arte che, a sua volta, crea la storia. In quello che si trasforma in un gioco metacinematografico, dove il film è il pretesto per completare l’opera incompiuta di Federico Garcia Lorca (massimo esponente della cultura spagnola), l’omonimo La bola negra.
Los Javis, grazie a questo gioco in cui sesso, arte e storia si rincorrono tra di loro, riescono a tenere il ritmo per tutti i 160 minuti di durata del film. L’opera deve gran parte della sua bellezza a una messa in scena di grande maturità, in cui a farsi notare non è solo la minuzia della ricostruzione storica e le grandi scene di movimento, ma l’attenzione generale con cui vengono inquadrati i personaggi. I movimenti di macchina restituiscono le pulsioni, la sessualità e la fragilità che li contraddistingue.
Dispiace che la raffinatezza della rappresentazione faccia spazio ad alcuni passaggi in cui l’intento teorico dell’opera viene reso esplicito, anche se la sceneggiatura contribuisce ad addolcire la pillola regalandoci comunque dei dialoghi ricchi di fascino. Il risultato finale è quello di un film straordinario, che acquisisce ancor più valore in un’epoca in cui il cinema trasforma la storia in un museo, in un gioco di ricostruzione e riproduzione del passato, senza sviluppare nessuna riflessione critica sul passato.
Non bastano opere in costume, ma c’è bisogno di opere che compiano una riflessione matura sulla storia. E, con tutti i suoi pregi e difetti, La bola negra è finalmente un grande film dal respiro storico.


