Gli occhi degli altri recensione film di Andrea De Sica con Jasmine Trinca e Filippo Timi

Gli Occhi degli Altri è un film diretto da Andrea De Sica presentato all’ultimo Festival del Cinema di Roma. La pellicola è vagamente ispirata a un vero delitto avvenuto nel 1970, che verrà chiamato poi Delitto Casati Stampa. De Sica però non vuole narrare quella storia, ma riportare soltanto le dinamiche in maniera fantasiosa cambiando anche i nomi, le location, tutto.
Raggruppa un cast interessante per raccontare questo thriller dalle tinte erotiche, ambientato negli anni ’60 su un’isola del Sud Italia. I protagonisti sono Filippo Timi e Jasmine Trinca; quest’ultima ha vinto il Premio Monica Vitti al Festival di Roma. Lei è Elena, una donna invitata insieme al compagno su un’isola del Sud Italia per partecipare a una delle feste del marchese Lelio, uomo sposato, misterioso e dall’aria quasi vampiresca.
Appena la vede, Lelio se ne invaghisce e tra i due nasce una passione immediata e travolgente. Si incontrano nel vecchio appartamento sotto il faro dell’isola, dove si lasciano andare, ma durante l’intimità Elena si accorge che un membro della servitù li sta osservando con insistenza.
Inizialmente titubanti, poi continuano ancora più appassionati. Questo episodio segna l’inizio di una nuova vita per Lelio: un nuovo matrimonio con Elena, dominato dal voyeurismo, in cui il marchese arriva a pagare uomini più giovani perché abbiano rapporti con la sua avvenente moglie.

Gli Occhi degli Altri richiama un certo tipo di cinema anni ’60, fatto di pellicole a tinte erotiche molto diffuse in quegli anni: un genere un po’ sparito negli ultimi decenni. Non basta però inserire una scena di nudo per definirlo erotico; qui l’eros è preponderante, a tratti persino eccessivo, tanto che a un certo punto sarà un personaggio chiave a dire “basta”.
Non è un caso che lo sceneggiatore sia Gianni Romoli, con cui il regista ha già collaborato e che ha firmato anche pellicole a tinte erotiche, come Napoli Velata di Ozpetek. Ma perché De Sica decide di raccontare questa storia oggi? Nel film emergono tematiche interessanti, affrontate in modo sottile: è proprio a queste che lo spettatore si aggrappa maggiormente, insieme all’ottima fotografia e a una regia intrigante.
A livello narrativo, però, sorgono alcune difficoltà: il film sembra girare su sé stesso fino al “climax” finale. Un finale che può lasciare interdetti, perché non appare costruito in modo del tutto solido; già verso i tre quarti, infatti, si inizia a chiedersi: “e quindi?”.
Diciamo che, nelle battute finali, può arrivare quel “quindi” tanto agognato. Il film riflette molto sull’esplicito, sulla libertà sessuale e sull’ipocrisia. Per tutta la durata si parla di questi ricchi che vivono sbeffeggiando i poveri e rivendicando la propria libertà sessuale.
Il rapporto tra i due coniugi, inizialmente percepito come stravagante, viene col tempo accettato; ma quando emergono le vere e crude dinamiche della relazione, è la reazione del resto del gruppo a far discutere e riflettere lo spettatore. Perché anche oggi si parla molto di “libertà”, eppure tutti vengono giudicati per errori passati, per il lavoro che fanno o hanno fatto, o addirittura per la propria sfera privata, che invece dovrebbe essere tutelata
Forse, quindi, l’exploit finale può essere considerato anche simbolico e, in parte, giustificato. Tuttavia, la fase centrale risulta troppo ripetitiva e priva di un vero perno narrativo.
Va detto che le performance degli attori sono buone: Timi è davvero inquietante, quasi un conte alla “Nosferatu”, mentre Jasmine Trinca offre una prova intensa, mettendosi completamente in gioco e comparendo spesso senza veli. Ne risulta un film nostalgico — ottimo l’uso della Super 8 — che prova a riflettere sul presente, ma che non appare pienamente riuscito a livello strutturale.


