The Only Living Pickpocket in New York recensione film di Noah Segan con John Turturro, Steve Buscemi e Giancarlo Esposito
Si dice spesso che un grande film dovrebbe porre domande e non dare risposte. Tuttavia, esattamente come un’abile giornalista, un fine regista è perfettamente in grado di nascondere le proprie tesi in bella vista, lasciando allo spettatore la libertà di scegliere diverse chiavi di interpretazione, senza sentirsi subdolamente costretto ad abbracciare quella dell’autore.
Ecco, non si può certo dire che il nuovo film Noah Segan abbia timore di rappresentare con chiarezza le proprie tesi, ma il regista originario di Brooklyn sarà riuscito a garantire quel prezioso terreno di libero arbitrio interpretativo agli spettatori?
Se desiderate comprendere immediatamente cosa troverete in questo lungometraggio possiamo dire che il titolo The Only Living Pickpocket in New York risulta a dir poco esplicativo, tanto che potrebbe rivelarsi superfluo consultare il soggetto completo del film.
Perché si, di fatto quest’opera tanto affascinante quanto deludente vuole raccontare uno spaccato della vita di un abile ladro, entrato nella terza e costretto a confrontarsi con la realtà di un mondo, una città e un tessuto sociale profondamente mutati.
Più che un confronto, un’impari fucilazione intellettuale
I primi problemi subentrano proprio quando quello che sulla carta dovrebbe essere uno stimolante confronto, al centro delle dinamiche drammaturgiche del film, diviene sostanzialmente uno sfogo, seppur moderato e composto sul piano della messa in scena, e un’esecuzione cinematografica nei confronti delle nuove generazioni.
La vecchia guardia conosce perfettamente quali siano gli unici valori che contano davvero, i giovani sono una manica di ingrati viziati dal quoziente intellettivo drammaticamente basso e i boomer, a prescindere dal fatto che ci si trovi in fazioni diametralmente opposte, si rispettano scambiandosi complimenti tra uno sguardo compiaciuto e l’altro.
Nessun indagine – anche accennata – sulle complesse motivazioni che hanno portato alla condizione rappresentata nel film, che si esibisce in una desolante e crescente bidimensionalità, in grado di dare il suo meglio (peggio) proprio nel finale.
Insomma, a volte anche con gli ingredienti più pregiati e altisonanti del bancone – che spesso sono proprio quelli a richiedere un’invidiabile maestria – si finisce per servire un piatto sorprendentemente insipido.

