Good Boy recensione film di Jan Komasa con Stephen Graham, Andrea Riseborough e Anson Boon

Avete presente la “Cura Ludovico”, resa celebre dal capolavoro di Stanley Kubrick Arancia Meccanica?
Ora immaginate Good boy, il nuovo film di Jan Komasa, con una rilettura moderna di quella riflessione filosofica.
Basta guardare le prime inquadrature per capire di cosa si parla. Tommy, giovane teppista e protagonista del film, ricorda per certi versi Alex De Large, il drugo di Arancia Meccanica, ossessionato dall’ultraviolenza. Durante una sua classica serata di risse e droghe, Tommy viene rapito da Chris, un uomo problematico, dotato di un rigore etico e morale in forte contrasto rispetto ai valori di Tommy (Anson Boon).
Chris lo incatena nella cantina di casa sua e dà inizio alla sua personale “Cura Ludovico”: un processo rieducativo fatto di abusi fisici e psicologici, in cui la tortura logora fino allo sfinimento. Nel frattempo, il film ci presenterà la famiglia disfunzionale di Chris (Stephen Graham), che darà tante risposte rispetto alla questione filosofica suggerita dal film.
Presentandoci questi due personaggi agli antipodi, Good boy costruisce un affresco intelligente e raffinato sulla nostra società, in cui l’uso del grottesco, dell’ironia e dell’eccesso non è mai caricaturale, ma sempre contenuto. La ricostruzione delle atmosfere è molto elegante ed il film acquista una sua dimensione d’insieme quando iniziano a presentarsi sullo schermo i vari personaggi, la moglie e il figlio di Chris e la donna di servizio della famiglia, Rina.

In questo modo Good boy allarga i suoi orizzonti, non è più solamente un film sulla cosiddetta Cura Ludovico, ma cerca di riflettere sulle ragioni per cui la società di oggi è costretta a rifugiarsi nella violenza. Quali sono i motivi per cui i due protagonisti esercitano la stessa violenza, seppur in due modalità differenti?
Soltanto ponendosi questa domanda si possono capire le deviazioni mentali dei due protagonisti, solo offrendo un ritratto di una società in cui dilaga la solitudine possiamo comprendere perché la violenza, fisica e psicologica, è sempre più impunita.
In questa raffinata rilettura contemporanea l’opera si muove con grande scioltezza, l’intreccio thriller è forse la cosa che funziona di meno. Spesso la parte introspettiva lascia spazio all’azione che, di fronte al risultato finale, sembra essere troppo costruita e artificiale. Se è vero che l’aspetto action serviva a dare un guizzo al film, va constatato che nella parte finale l’azione esplode in qualche trovata superficiale e sbrigativa.
Se di fronte al respiro d’insieme si poteva passare sopra a qualche passaggio sbagliato, il finale stravolge tutte le nobili premesse. Il taglio grottesco e assurdo dell’ultima scena rischia di creare un fraintendendo etico che, viste le premesse iniziali, andava scongiurato. All’inizio la riflessione sociale e antropologica era di grandissimo livello, chiara e precisa, nel finale prende il sopravvento un sensazionalismo che impedisce al film di prendere una posizione netta.
Un peccato, visto che fino a quel momento, Good Boy sembrava essere uno dei pochi film capaci di parlare del presente con intelligenza e originalità. Non fatevi però spaventare dal finale, che non vanifica assolutamente il tessuto filosofico del film, ma che è figlio di una tendenza sensazionalistica sempre più diffusa nel cinema di oggi.


