Un tranquillo funerale di famiglia recensione film di Massimiliano Bruno con Claudia Pandolfi e Stefano Fresi [RoFF21]
di Francesca Bastoni
Una commedia sul binario morto
Che senso ha riesumare una commedia di sedici anni fa? In questo caso, nessuno davvero convincente. Il film nasce da un’economia creativa così drastica da svuotare la scrittura e i personaggi, ridotti a ingranaggi di una macchina comica priva di slancio.
Un tranquillo funerale di famiglia ricicla equivoci, tensioni domestiche e situazioni paradossali già consumate. Lo fa come se la semplice ripetizione di una formula collaudata potesse restituirle efficacia. Il problema non è recuperare un modello narrativo, ma non provare ad aggiornarlo, deformarlo o almeno metterlo in discussione.
I personaggi non hanno una vera identità. Sono funzioni narrative, sagome costruite per entrare e uscire dalla scena al momento opportuno. Mancano contraddizioni, desideri, ferite. Manca persino quella minima complessità che permette a una commedia di trasformare il carattere in materia comica. Qui ogni figura è già spiegata prima ancora di agire.
La comicità procede per accumulo e ripetizione. Gli equivoci non si sviluppano: si sommano. Le situazioni non precipitano: si trascinano. Il film confonde il ritmo con il movimento e l’assurdo con la semplice confusione, senza mai raggiungere quel crescendo di tensione, precisione e follia che sostiene le migliori commedie degli equivoci.
Massimiliano Bruno dirige con una prudenza quasi amministrativa. La regia non interpreta il materiale, non lo aggredisce, non ne ricava un punto di vista: lo accompagna. Ogni scena arriva già addomesticata, privata di qualsiasi rischio formale o comico. La narrazione procede così su un binario morto, incapace di sorprendere persino quando dispone di una situazione potenzialmente esplosiva.
Anche il cast resta prigioniero di una scrittura senza appigli. Stefano Fresi, Claudia Pandolfi, Stefania Sandrelli e Diego Abatantuono sono interpreti di esperienza, ma il film non offre loro personaggi da abitare. Offre maschere da indossare. Gli attori ripetono gesti, inflessioni e tempi comici già riconoscibili, come se fossero costretti a citare i propri repertori invece di reinventarli.
La regia, anziché mettere in tensione le personalità del cast, si limita a distribuirle nello spazio e ad amministrarne la presenza. Ne deriva una recitazione irrigidita, spesso visibilmente a disagio. Non produce attrito, ma soltanto la sensazione di un talento lasciato in folle.
Eppure, il funerale sarebbe un dispositivo drammaturgico formidabile. È il luogo in cui le convenzioni sociali impongono il silenzio mentre le ipocrisie familiari premono per venire a galla; il rito che pretende compostezza e finisce per esporre rancori, rivalità e sentimenti rimossi. La frattura tra il decoro della cerimonia e l’indecenza delle debolezze umane avrebbe potuto alimentare una comicità feroce, capace di passare dal grottesco al tragico senza perdere precisione, invece…
Un tranquillo funerale di famiglia sceglie la strada più sicura. Ed è anche la più sterile. Evita il conflitto, addomestica il paradosso e rinuncia a usare la situazione per osservare qualcosa della famiglia, del lutto o delle relazioni sociali. Il funerale resta un semplice pretesto scenico. Non diventa mai una lente sulla realtà.
Il risultato è una commedia che insegue la risata con ostinazione e la manca con altrettanta regolarità. Un meccanismo che continua a funzionare soltanto per inerzia, convinto che bastino un cast noto, qualche equivoco e una manciata di battute per giustificare la propria esistenza. Ma anche la leggerezza, per essere davvero efficace, richiede precisione, invenzione e uno sguardo. Qui manca soprattutto quest’ultimo.
Non si registrano guizzi di particolare creatività nemmeno tra le leve più giovani del cast: Edoardo Ferrario e Alessandro Mauthe tentano, con un notevole dispendio di energia di simulare in coinvolgimento del tutto formale alle logiche imperscrutabili della commedia

