Degenere: Fritz Lang. Maestro del cinema noir, la recensione del saggio di Stefano Curone edito da Edizioni Sabinae
“Lo stile di Fritz Lang? In una sola parola: inesorabile”. Questa definizione lapidaria di François Truffaut evidenzia bene l’importanza che ha avuto nella storia della settima arte e nella formazione di alcuni dei grandi registi a lui cronologicamente successivi il cinema di Fritz Lang, nato a Vienna nel 1890 e morto a Beverly Hills nel 1976. Attivo tra il finire degli anni dieci e la prima metà degli anni sessanta del Novecento, autore di alcuni dei più grandi capolavori dei primi decenni della storia del cinema, uno su tutti Metropolis del 1927, Fritz Lang fu anche attore nel ruolo di se stesso per Jean-Luc Godard nel meta-cinematografico Il disprezzo del 1965 al fianco di Brigitte Bardot e Michel Piccoli, e protagonista del ritratto documentario Fritz Lang Interviewed by William Friedkin del 1974.
È a Fritz Lang, e in particolar modo al suo modo di affrontare il cinema noir durante la lunga parentesi americana seguita all’avvento del nazismo in Germania, che è dedicata una delle ultime pubblicazioni della casa editrice Edizioni Sabinae: nel saggio Fritz Lang. Maestro del cinema Noir, il critico Stefano Curone compone infatti un ritratto appassionato e rigoroso di un autore che ha attraversato la storia del cinema lasciando un segno profondo tanto nell’Europa degli anni Venti e Trenta quanto nella Hollywood del dopoguerra. Nato dalla constatazione del paradosso che, a fronte di molte pubblicazioni sul cinema di Fritz Lang, non è mai stato pubblicato, almeno in Italia, un saggio che approfondisse sistematicamente la sua produzione e la sua influenza nell’ambito del cinema noir americano, il libro di Curone ricostruisce con grande attenzione la carriera del regista, partendo dagli esordi in Germania, prima come sceneggiatore e poi anche come regista, e affrontando in maniera dettagliata M – Il mostro di Düsseldorf, il film che Fritz Lang stesso preferiva della sua filmografia, e i tre film dedicati alla figura del dottor Mabuse nel 1922, nel 1933 e infine nel 1960 con il suo ultimo film Il diabolico dottor Mabuse. Scrive Curone: “come Lang, Mabuse è uno scientifico organizzatore di imprese, immaginifico creaotre di eventi, autentico deus ex machina del suo mondo”, e il saggio evidenzia bene come il personaggio di Mabuse sia sempre stato utilizzato da Lang per veicolare una riflessione sulla Germania contemporanea, nel primo capitolo anticipando in qualche modo l’avvento del nazismo, come evidenziava Siegfried Kracauer nel suo saggio Da Caligari a Hitler, poi inquadrando perfettamente la Germania hitleriana al sorgere del totalitarismo, infine, nell’ultimo capitolo della trilogia, descrivendo la Germania divisa in piena guerra fredda tra spinta eversive e il mai sopito fantasma del Terzo Reich, , da cui il regista era fuggito poco dopo l’avvento al potere di Hitler nel 1933.

A proposito della presa del potere del nazismo in Germania e della conseguente fuga all’estero del regista, Fritz Lang. Maestro del cinema Noir ricorda che, quando William Friedkin chiese al grande maestro austriaco di raccontargli il suo celebre incontro con Joseph Goebbels, questi ne diede una versione carica di tensione cinematografica, con tutti i topoi narrativi tipici dei suoi stessi film noir. Nell’intervista-documentario del 1974 Lang narrò infatti che venne convocato dall’allora ministro della Propaganda del Terzo Reich, che gli propose di supervisionare tutta la produzione cinematografica del regime sorvolando tranquillamente sulle sue origini ebraiche e sul divieto di proiezione da poco assegnato al secondo Mabuse; mentre Goebbels gli parlava, Lang non riusciva a distogliere lo sguardo dall’orologio oltre la finestra: le lancette scorrevano implacabili e tutto ciò che riusciva a pensare era come potersi liberare da quella stanza, correre in banca prima della chiusura, prelevare i suoi soldi e lasciare la Germania. Secondo il suo racconto, appena terminato l’incontro facendo finta di accettare l’offerta, Lang sarebbe fuggito precipitosamente alla stazione ferroviaria, portando con sé 5.000 dollari e i gioielli affidatigli dalla sua amante Lily, e solo per caso al momento del controllo passeggeri alla frontiera la polizia tedesca non aveva ispezionato il suo scompartimento e non si era accorta dei beni non dichiarati fortunosamente nascosti tra il suo posto e il vagone ristorante. Nel ricordo di Lang ricompare così un’altra immagine tipica del suo cinema: una porta che può decidere il destino di un uomo. Ma ciò che colpisce davvero è il modo in cui il regista trasforma l’episodio in un racconto di spionaggio, pervaso da atmosfere noir e da un crescendo di suspense. Una storia affascinante, certo, ma non veritiera: documenti storici dimostrano che Lang rimase in Germania per altri due mesi e mezzo, impegnato in viaggi di lavoro in Inghilterra e in Francia e nelle pratiche di divorzio dalla sua seconda moglie, e che lasciò la Germania solo il 21 luglio 1933, in modo molto meno drammatico di quanto avrebbe poi raccontato. Solo allora si liberò davvero dell’incubo del nazismo e, dopo un breve soggiorno in Fracia dove realizzò La leggenda di Liliom nel 1934, si trasferì per un buon ventennio negli Stati Uniti.
Il saggio di Curone dedica particolare attenzione alla produzione americana di Lang, e specificatamente dieci pellicole appartenenti al genere noir realizzate tra il 1944 e il 1956: nel 1944 Il prigioniero del terrore e La donna del ritratto; nel 1945 La strada scarlatta; nel 1948 Dietro la porta chiusa; nel 1950 Bassa marea; nel 1953 Gardenia Blu e Il grande caldo; nel 1954 La bestia umana, adattamento del celebre romanzo di Émile Zola già portato sullo schermo da Jean Renoir; nel 1956 Quando la città dorme e L’alibi era perfetto. Il saggio parte comunque dagli esordi tedeschi e, nel secondo capitolo, parla anche dei primi film americani, quelli che compongono la cosiddetta “trilogia sociale” – Furia, Sono innocente e You and Me, girati tra il 1936 e il 1938 – e delle storie western, di spionaggio e di antinazismo che Curone interpreta come anticipatrici del filone noir propriamente detto.
La lettura del libro mette in luce la coerenza dello stile di Lang. Come scrisse sempre Truffaut, “rivedendo l’opera di Lang si è colpiti da ciò che vi era di hollywoodiano nei suoi film tedeschi e da ciò che ha voluto conservare di tedesco nella sua opera americana”, sottolineando la capacità del regista di mantenere un’identità artistica chiara pur attraversando continenti e sistemi produttivi molto diversi. Lang stesso spiegava cosi la sua visione dei crime stories: “Ci sono due tipi di romanzi polizieschi. C’è il genere che non ho mai amato, in cui il lettore deve sciogliere una serie di enigmi e alla fine, dopo lunghi e noiosi capitoli, l’intrigo finalmente viene svelato insieme con l’identità del colpevole. Il secondo tipo: mostrare i due punti di vista, quello del criminale e quello di chi gli sta di fronte. Ho sempre trovato più interessante mostrare le mosse di tutti e due i contendenti, come in una partita a scacchi in cui, in un logico concatenarsi di fatti, ogni mossa provoca la successiva, finché una delle due parti preferisce la scorciatoia della violenza”. Il saggio di Curone evidenzia anche i conflitti produttivi che Lang dovette affrontare, sia nella prima fase europea sia in America, così come al suo ritorno in Germania dopo la liberazione dal nazismo. Per esempio, agli albori del cinema sonoro i produttori di Una donna nella luna volevano imporgli la sonorizzazione di alcune sequenze, portando a un lungo braccio di ferro con il regista; per il film successivo, il suo capolavoro M – Il mostro di Düsseldorf, Lang trovò la possibilità di lavorare con la società indipendente Nero-Film, disponendo di un budget più basso ma con la garanzia di un controllo totale sul progetto. Lo stesso regista avrebbe in seguito sottolineato che “M è praticamente l’unico film che ho fatto senza che nessun altro ci abbia messo le mani. Fu il primo film su un maniaco sessuale. Una pellicola senza una storia d’amore era una cosa inaudita a quei tempi, e se io non avessi avuto quel contratto questo film non sarebbe mai stato fatto”. Analogamente, negli Stati Uniti, dopo le prime esperienze con le major hollywoodiane, Lang approdò per un certo periodo alla United Artist, più progressista e vicina al sentire autoriale dei registi.
Il libro sottolinea inoltre l’attenzione di Lang al realismo e alla cronaca: il regista viennese ritagliava e conservava articoli di giornale come ispirazione per i suoi film. In particolare, M viene giudicato dal libro come un instant movie perché si ispirava alle gesta del serial killer Peter Kurten, condannato a morte per decapitazione appena un mese dopo l’uscita del film. Lang stesso affermava che “M è un documentario” e che gli piaceva pensare che “tutti i miei crime pictures siano dei documentari”, cosa che porta Curone ad affermare che nel cinema di Lang si verifica “l’identificazione del realismo cinematografico con il dramma criminale, un binomio che attraversa tutto il suo cinema e che troverà negli Stati Uniti il terreno di coltura più fertile”. Nondimeno gli episodi della produzione americana testimoniano i compromessi e le scelte creative di Lang. Per Furia, ad esempio, Lang immaginava un protagonista avvocato, ma il produttore Joseph Leo Mankiewicz lo convinse a trasformarlo in un uomo del popolo, interpretato da Spencer Tracy, cosa che colpì positivamente Lang, vedendo in questo “un segno di democrazia” tipico della cultura americana. D’altro canto il libro tocca anche il suo risentimento verso Joseph Losey, autore del remake americano di M, evidenziando quanto Lang fosse sensibile a ogni adattamento o interferenza sul suo lavoro.
Nel complesso, Fritz Lang. Maestro del cinema Noir restituisce Lang alla sua statura autentica: quella di un autore che ha saputo reinventarsi senza tradirsi, creando un ponte tra due epoche, due estetiche e due mondi, e lasciando in entrambi un’impronta indelebile, oltre che riuscendo a realizzare capolavori tanto nell’epoca del cinema muto quanto dopo l’avvento del sonoro. Curone mostra come la produzione americana, così come quella tedesca, rifletta una coerenza stilistica, una tensione morale e un realismo drammatico che rendono il cinema di Lang ancora oggi fondamentale per la comprensione della storia del cinema e dell’evoluzione del noir.

