Resident Evil recensione film di Zach Cregger con Austin Abrams, Zach Cherry, Kali Reis, Paul Walter Hauser [Anteprima]

Restando nell’ambito del settore audiovisivo, questo nuovo Resident Evil costituisce un oggetto molto particolare che sarebbe bene analizzare sotto diverse lenti di ingrandimento, concentrandosi innanzitutto sul tipo di operazione, prima ancora di sviscerare il film nell’effettivo. Resident Evil non è semplicemente un adattamento videoludico.
Più precisamente, Resident Evil è l’ottavo film con attori in carne ed ossa ad essere tratto dalla saga.
È un sequel dei precedenti? No, nella maniera più assoluta. È un reboot quindi? Sì, o più precisamente, un reboot del reboot.
Già perché dopo la saga con protagonista Milla Jovovich avviata dal suo futuro marito Paul W.S. Anderson nel 2002 e che tornò alla regia degli ultimi tre capitoli, incluso quello finale del 2016, si era già deciso di riavviare questo franchise da zero con un nuovo film e un nuovo cast, uscito nel 2021.
La premessa era quella di avvicinarsi maggiormente al materiale originario nelle atmosfere e nei personaggi (i quali erano stati coinvolti in maniera più o meno collaterale nella saga di Anderson che però aveva mantenuto sempre al centro il personaggio della Jovovich e il suo arco narrativo).
Se da una parte la prima saga cinematografica era riuscita a riscuotere un discreto successo di pubblico, tanto da arrivare alla produzione di ben sei capitoli, la distanza sempre più evidente dal materiale di partenza aveva fatto nascere nei non pochi appassionati del videogioco il desiderio di un adattamento più fedele.
Il risultato? Resident Evil Welcome to Raccoon City, del 2021, diretto da quel Johannes Roberts che quest’anno ha portato nelle sale il discreto Ben Rabbia Animale è sì molto più vicino al videogioco, ma è allo stesso tempo un film deludente che non raggiunge minimamente i fasti dei, seppur spesso meno che modesti, film precedenti.
A cinque anni di distanza dal precedente film, tralasciando un tentativo di Netflix di portare il franchise sul piccolo schermo, Zach Cregger viene incaricato di portare al cinema un nuovo adattamento di Resident Evil, dal titolo omonimo.
Perché dunque questo ennesimo tentativo dovrebbe risultare così interessante, o come detto precedentemente, da studiare, prima ancora di iniziare a parlarne?
Facciamo un passo indietro, l’ultimo.
È il 1968, e George A. Romero dirompe nella nuova Hollywood con La Notte dei Morti Viventi, film che oltre ad essere storia del cinema, lo consacrerà immediatamente come il padrino della creatura orrorifica moderna per eccellenza: il morto vivente o zombie che dir si voglia, perlomeno per come abbiamo imparato a conoscerlo negli ultimi sessant’anni o quasi.
Saltiamo avanti di qualche decennio, è il 1996, e Shinji Mikami e Tokuro Fujiwara danno alla luce il primo di una lunga serie di videogiochi di stampo survival horror. Come? mettendo il giocatore proprio nella condizione di dover sopravvivere ad un orda di…zombi, appunto.
Il colpo di scena arriva però, o per meglio dire sarebbe potuto arrivare, nel 1998, quando lo stesso Romero viene incaricato dalla Capcom per realizzare alcuni spot in live action per pubblicizzare il secondo capitolo del gioco. Gli spot vanno così bene che lo stesso regista viene attenzionato per la realizzazione di un intero film con attori in carne ed ossa, basato sui videogiochi.
A questo punto della storia ci troviamo di fronte ad una particolare congiunzione astrale per la quale per la realizzazione di un film tratto da un videogioco di successo viene scelto un vero e proprio autore. Anzi, viene scelto colui che ha letteralmente dato vita alla figura dello zombie, alla base del videogioco in questione.
Che cosa potrebbe mai andare storto? Tutto. Romero consegna una sceneggiatura scritta di suo pugno ma la stessa viene accantonata perché non ritenuta in linea con l’idea che la produzione aveva per il film.
Al suo posto verrà poi scelto Anderson e sappiamo poi come è andata avanti la storia. Sei volte di fila.
E arriviamo finalmente al 2026 e perché è così interessante l’operazione che sta dietro questo nuovo Resident Evil. Il motivo per cui questa nuova pellicola desta da subito l’interesse di molti cinefili e non solo è proprio il regista ed il fatto che il film stesso parta da una sua idea, non a caso è anche co-autore della sceneggiatura e co-produttore.
Ha all’attivo soltanto due film da autore unico, con i quali però è riuscito da subito a far sentire la propria voce nel panorama dei registi horror contemporanei, prima con Barbarian e poi ancora di più con Weapons, che l’ha consacrato immediatamente come una delle personalità più interessanti nel genere, riscuotendo ottimo successo a livello di critica e pubblico, nonché al botteghino.
Inoltre, sempre parlando di Weapons, Cregger consegna un horror con una sceneggiatura di episodi a incastri che sulla carta sembra quasi più vicina a Tarantino che ha un film horror, eppure tutto è oliato alla perfezione, e non stona nemmeno la lunghissima durata di oltre due ore, molto anomala per i tempi dell’orrore.
Se esiste quindi la definizione di “autore” nel cinema, gli appartiene di sicuro, poiché la sua cifra stilistica è sempre ben evidente nei suoi lavori, che cura tutti lui stesso già dalla stesura della sceneggiatura. A questo punto, è bene puntualizzare che ovviamente non è Romero e che in ogni caso con tutto il successo e la gloria che gli possiamo augurare, non abbiamo avuto neanche il tempo per poterlo storicizzare a tal punto.
Resta il fatto che però, Resident Evil (2026) è uno di quei pochi casi in cui un progetto del genere viene affidato ad un autore, il quale non solo si dimostra interessato a legarsi ad un franchise ma propone lui stesso l’idea alla base del film.
E veniamo al film e all’idea di Cregger alla base della sua realizzazione.
Il regista mette subito in chiaro che non adatterà un segmento specifico della storia dei videogiochi e che non si concentrerà su nessuno dei personaggi noti della saga. Come è ben presto noto dai primi convincentissimi trailer, il film si concentrerà su una piccola storia di un semplice fattorino che dovrà portare in salvo il contenuto di una consegna attraversando l’apocalisse di zombie e mostri.
L’intento è chiaro: Zach Cregger è fiducioso di poter richiamare fortemente l’atmosfera della saga senza il bisogno di legarsi a determinati personaggi o situazioni e qualora ci riuscisse dimostrerebbe che in un prodotto del genere, riprendere pedissequamente il materiale originale potrebbe essere l’ultimo dei problemi…o addirittura una zavorra. Dopo tutto la saga videoludica stessa negli anni si è spostata nel racconto di situazioni e personaggi differenti; quindi, in fin dei conti potremmo considerare il film semplicemente come una nuova storia della saga ambientata in quell’universo narrativo nato nel 1996.
Sarà riuscito in questo arduo compito? Dipende, perché bisogna innanzitutto capire quando una missione del genere può dichiararsi ufficialmente compiuta.
Quando un franchise videoludico decide di spostarsi al cinema inseguendo contemporaneamente il possibile pubblico di riferimento, gli appassionati del videogioco e ovviamente il successo al botteghino, un pieno successo di critica potrebbe non bastare a decretare la riuscita dell’operazione. In fondo, alla terza volta (quarta con la serie tv) che riparti da zero senza riuscire a capire che direzione prendere, incappare nuovamente nell’ennesima delusione dei fan potrebbe essere molto problematico, oltre che probabile.
Ora, finita di analizzare l’operazione negli intenti, come è questo film? È un buon adattamento? E soprattutto è un buon film?
Partiamo per gradi. Come reso già evidente il lungometraggio presenta una storia inedita e anche se non mancano i riferimenti all’opera originale (la storia si svolge comunque nella celeberrima città di Raccoon City), quello che si prefigge di fare il film è restituire, sin da subito, un’atmosfera squisitamente orrorifica. Non siamo di fronte ad un action horror sulla falsariga di quelli a cui ci aveva abituato la saga cinematografica, nel film la componente della paura è fondamentale affinché l’azione non si mangi il resto. Ci sarà però un’incursione di un altro genere abbastanza massiccia, ma ci arriviamo tra poco.
Cregger realizza un adattamento di un’opera videoludica nel senso più stretto e letterale del termine. Il regista sa benissimo di star portando sullo schermo delle dinamiche ben note a tutto il mondo dei videogiocatori e decide di farlo prendendo una strada non scontata e piuttosto raffinata. Nel corso del film il nostro protagonista troverà oggetti, armi da ricaricare, munizioni, continuando ad andare avanti lasciando indietro tutto quello che diventa inutile o inutilizzabile, proprio come in un videogioco.
Nel far ciò però il regista non si dimentica di certo di star facendo cinema e si prende continuamente gioco di tutti i cliché ai quali il mondo dei videogames ci ha abituati, facendo scontrare la semplicità della costruzione di un certo tipo di meccaniche con la credibilità cinematografica che vuole dare alla storia che sta raccontando.
Il protagonista in questo caso, non è un poliziotto, né un soldato, non sa sparare e non sa minimamente come utilizzare le varie armi che gli capitano a tiro, né tanto meno come divincolarsi dalle situazioni difficili. Anzi in questo senso si prende continuamente gioco anche dello spettatore, specialmente quello più navigato in fatto di giochi, perché ogni qual volta il protagonista si trova davanti ad una situazione che nel mondo videoludico sarebbe facilmente risolvibile con un colpo di pistola, puntualmente il racconto sconfessa queste regole e pone continuamente l’eroe di fronte alla realtà dei fatti, ovvero che quello che funziona nei videogiochi (come ripeterà spesso) quasi mai è applicabile alla vita vera.
Quest’operazione metanarrativa non si estingue nel prendersi gioco del mezzo di riferimento che sta adattando, ma decide di andare oltre.
In una delle gag più belle e funzionali della pellicola, non solo sfata uno di questi falsi miti, ma anche nel momento in cui è chiaro per chi guarda che l’unico modo per uscire da quella situazione è ricorrere ad una soluzione molto più cinematografica e esagerata, decide di mandare in vacca anche le più basilari convinzioni della sospensione dell’incredulità: in questo film non solo non valgono le regole dei videogiochi, ma a volte neanche quelle del cinema.
E veniamo all’elefante nella stanza: nel far tutto ciò, come si sarà già capito il film è ben farcito di una grossa dose di commedia, commedia slapstick per l’esattezza. Il film non si prende mai sul serio e nel far ciò riesce a far andare avanti il racconto in maniera piuttosto lineare e decisamente divertente. Sia ben chiaro, sebbene il film sia zeppo di gag fisiche, la commedia è perfettamente bilanciata con l’orrore e non si mangia mai il resto, riuscendo a mantenere un equilibrio impeccabile tra i due generi.
La tensione resta sempre altissima, la messa in scena sta sempre sul protagonista e il tutto sempre funzionale a raccontare una storia dell’orrore, tanto nei quadri che disegna, quanto nei movimenti di macchina e nei più o meno lunghi piani sequenza. A volte omaggia anche la soggettiva in prima persona tipica del videogioco ma anche in quel caso non si tratta di un mero riferimento buttato a caso ma di una soluzione perfettamente adatta al tipo di sequenza in questione.
Certo, se dovessimo proprio trovare dei difetti potremmo dire che nonostante allo spettatore venga continuamente spiattellato in faccia che nella realtà le cose non riescono mai al primo colpo, allo stesso tempo è allo stesso spettatore che viene chiesto di credere ad una storia ambientata in una metropoli praticamente vuota, dove tutte le minacce si presentano quasi sempre una alla volta. Ma dopo tutto, far affrontare a un fattorino un’orda di zombie tutta insieme avrebbe fatto venir meno l’idea del realismo narrativo che Cregger decide di dare al film, e aggiungo che se avesse scelto un protagonista più capace di affrontare certe situazioni, sarebbe bastato un attimo che l’azione si mangiasse l’horror, facendo perdere tutto il grande fascino di questo film.
Bisogna infatti ricordare che il protagonista è solo per la stragrande maggioranza della seppur contenuta durata della pellicola, solo contro le minacce dell’apocalisse zombie, mentre continua a riempire i silenzi parlando (forse troppo) da solo.
Infine, un paio di menzioni. Il film presenta diversi mostri e creature che i più esperti sapranno più o meno accostare a quelli del videogioco. La parte da sottolineare è che però ognuna di queste figure oltre ad essere particolarmente impattante dal punto di vista visivo, permette al regista di creare ogni volta nuove situazioni, dove costruisce abilmente immagini raffinate e cinematograficamente alte.
Inoltre, è interessantissimo il discorso sulle armi, sia a livello politico che cinematografico: in una storia in cui non si ha dimestichezza con oggetti del genere, tutto quello che è a portata di mano può diventare esso stesso un’arma, persino i propri nemici. Persone che diventano delle armi umane? Vi dice niente? Sì, sto parlando di un film che abbiamo già menzionato. Ma in fondo anche la storia di Resident Evil si basa su un’arma batteriologica no?
Qualcosa mi dice che questo concetto è in qualche modo caro al regista.


