Ink recensione film di Danny Boyle con Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy

Se siamo tutti d’accordo (e immagino di sì) sull’assioma secondo cui lo stato di salute di una democrazia è direttamente proporzionale alle condizioni della sua stampa, allora occorrerà convenire, o meglio discutere, su cosa significhino per ognuno di noi il “buon giornalismo”, la libertà di stampa, quali dovrebbero essere i rapporti tra editore e giornalista (ammesso che ce ne siano ancora) e quali i confini tra giornalismo, intrattenimento e spettacolo.
In questo senso il nuovo film di Danny Boyle difficilmente sarebbe potuto arrivare in un momento più opportuno, dato che gli ultimi anni hanno rappresentato la definitiva e massiccia affermazione dei social all’interno della complessa macchina dell’informazione.
Persino i giornali dal blasone più pregiato sono dovuti scendere a patti con le nuove modalità di comunicazione, aprendo profili social, componendo le proprie redazioni di persone in grado di maneggiare con maestria il mezzo social e “addestrando” i propri veterani a rassegnarsi e, quindi, aggiornarsi di conseguenza.
E oggi la domanda che ci si pone con crescente insistenza è: mentre scrolliamo sdraiati sul divano dove inizia l’intrattenimento, dove finisce lo spettacolo e dove parte l’informazione? Dovremmo informarci soltanto corrucciati e a gambe incrociate, leggendo resoconti imparziali (ammesso e non concesso che sia possibile) e telegrammatici, oppure sentire l’impellente necessità di fare un rifornimento di dopamina persino mentre cerchiamo un resoconto delle notizie del giorno? Forse l’ideale sarebbe un po’ di entrambe le cose, o persino un utopico ibrido perfettamente cadenzato.
In ogni caso il film in questione racconta il preciso momento in cui questa annosa questione ebbe inizio e in cui l’editore di un giornale decise che quella manciata di pagine non doveva più “semplicemente” informare, ma anche e soprattutto intercettare le curiosità e i desideri più reconditi della popolazione.
Boyle, stavolta l’ambizione ha superato il talento? Ma che bella ambizione.
È soprattutto la qualità e l’attualità del tema appena descritto a fornire all’ultima fatica di Danny Boyle gran parte del suo fascino. Boyle, infatti, non ha sbagliato nulla in termini formali e la sensazione è quella di un biopic ben fatto, immune da critiche di metodo.
Il regista britannico, tuttavia, sembrerebbe non essersi mai allontanato con coraggio e decisione dalla rassicurante strada del biopic della più classica specie, il che ci ha impedito di uscire dalla sala gridando al capolavoro (o a qualcosa di diverso da un ottimo film).
Tuttavia, nonostante un’impronta formale tutt’altro che anonima, delle performance più che convincenti da parte dell’intero cast e una colonna sonora puntuale e coinvolgente, la sensazione è che la vastità e la complessità del tema in questione siano state condensate soltanto in parte all’interno di un prodotto riuscito, ma non memorabile.


