The Debut recensione film di Jesse Eisenberg con Julianne Moore, Paul Giamatti, Jesse Eisenberg

Che Jesse Eisenberg avesse assorbito più che qualche nozione tecnica nel corso della sua carriera davanti alla macchina da presa era evidente già a partire dal suo primo e sagace lungometraggio, da cui emergeva con vigore e vitalità un’idea di cinema tanto personale, quanto ricco di riferimenti diretti o indiretti ai maestri a cui si era affidato da attore.
Per la terzo film da regista l’autore newyorkese sceglie la strada della meta-rappresentazione. Un sentiero particolarmente battuto di recente, come ampiamente manifestato dalla percentuale quasi preoccupante di prodotti meta-cinematografici o teatrali presentati alla Festa del Cinema di Roma.
Insomma, l’arte che parla di arte. In questo caso Eisenberg punta la macchina da presa su Julianne Moore, mettendola nei panni di una madre di famiglia stanca di interpretare il ruolo della madre invisibile ai propri figli e al proprio marito. Il modo migliore di uscirne? Fare un’audizione per entrare letteralmente in un nuovo ruolo sul palcoscenico (e non solo). È qui che avverrà la prima collisione con il regista dello spettacolo teatrale, interpretato da un Paul Giamatti come sempre in stato di grazia.
L’impresa di mettere in scena la messa in scena e interpretare l’interpretazione
Purtroppo i problemi iniziano quando vediamo Mona (la protagonista) mettersi alla prova sul palco, passando dall’essere un’attrice scandalosamente impreparata e goffa – il che ci viene mostrato in maniera sin troppo esplicita – ad una veterana della scena ai livelli, appunto, di Julianne Moore.
Una trasformazione che, come fosse una favola, avviene nel giro di una notte, mettendo a dura prova il patto narrativo che Eisenberg aveva stretto con lo spettatore all’inizio del lungometraggio. A quel punto The Debut diviene un susseguirsi non particolarmente esaltate di riflessioni sui confini tra interprete e interpretato, dove il talento indiscusso della Moore finisce quasi per stonare con quanto ci si aspetterebbe da una amatrice in cerca di una propria dimensione attoriale.
I momenti più ricchi dell’opera vengono toccati in quelle rare e preziose sequenze in cui Eisenberg sceglie di aprire degli spiragli nella complessa psicologia del regista interpretato da Giamatti, ma purtroppo il film preferisce lasciarle come perle isolate all’interno del percorso di Mona.
Il caratteristico (nonostante abbia all’attivo solo tre film) piglio da indagatore di emozioni e contraddizioni di Eisenberg viene quindi inquinato da una semplificazione dei processi psicologici e dello sviluppo dell’arco narrativo della sua protagonista.
The Debut è un’opera fin troppo ingenua se rapportata alla finezza della mente che l’ha concepita, che rivela quello che potrebbe essere stato un tentativo di allargare la forbice di pubblico raggiunta, in risposta ai modestissimi risultati commerciali ottenuti con i primi due tasselli di una promettente filmografia.


