Robin Hood - Il prezzo del sangue

Robin Hood – Il prezzo del sangue recensione film di Michael Sarnoski con Hugh Jackman

Robin Hood – Il prezzo del sangue recensione film di Michael Sarnoski con Hugh Jackman, Jodie Comer, Bill Skarsgård

Robin Hood - Il prezzo del sangue di Michael Sarnoski (Credits Aidan Monghan - A24)
Robin Hood – Il prezzo del sangue di Michael Sarnoski (Credits Aidan Monghan – A24)

Nella stessa estate 2026 in cui è tornata in grande stile l’epica greca con l’Odissea di Christopher Nolan arriva nelle sale anche Robin Hood – Il prezzo del sangue scritto e diretto da Michael Sarnoski con Hugh Jackman nei panni del title character e Jodie Comer e Bill Skarsgård come coprotagonisti.

Il film è il terzo lungometraggio da regista per Sarnoski dopo l’acclamato exploit di Pig – Il piano di Rob del 2021 e il suo passaggio nel franchise di A Quiet Place alla regia del prequel Day One.

Robin Hood – Il prezzo del sangue, ambientato nel 1247, mette in scena un Robin Hood anziano che, gravemente ferito dopo un’ultima sortita con Little John, è costretto a confrontarsi con il proprio passato di violenza e omicidi. Dopo aver trovato rifugio in un monastero cristiano su un’isola anticamente abitata dai celti, anche grazie all’aiuto della badessa Brigid e di un lebbroso che nasconde costantemente il volto, il protagonista affronta durante la convalescenza il peso delle proprie azioni e intraprende un ultimo percorso di redenzione. La leggenda dell’eroe lascia così il posto al ritratto intimo di un uomo prossimo alla fine.

A differenza di altri personaggi archetipici del canone occidentale come Ulisse, gli eroi omerici, i grandi protagonisti shakespeariani, Frankenstein e similari, Robin Hood era sempre rimasto un po’ in disparte in termini di rielaborazioni autoriali: molti film di cappa e spada si erano rifatti alla sua figura, ma non ha mai suscitato particolare interesse per riscritture o riletture critiche. Un’eccezione solo parziale a questa tendenza è rappresentata da Robin e Marian di Richard Lester, datato 1976, riflessione malinconica sul tempo, l’amore e la fine del mito incentrata su un Robin Hood ormai anziano, interpretato da Sean Connery, che torna dall’amata Marian, a cui prestava il volto Audrey Hepburn.

Tratto distintivo di questa reinterpretazione è una totale desacralizzazione del mito dell’eroe in calzamaglia che ruba ai ricchi per donare ai poveri: sin dall’incipit brutale, in cui uccide una ragazzina, l’anziano guerriero si dimostra essere semplicemente un avventuriero sanguinario che ha lasciato una lunga scia di morti alle sue spalle, al punto di dover continuamente scampare a vendette dei famigliari delle sue vittime, uccidendo questi a sua volta e propagando un ciclo infernale di violenze.

Un elemento non meno interessante del Robin Hood interpretato da Hugh Jackman – punto in comune e al tempo stesso di divergenza con l’Odissea di Nolan – è la sua consapevolezza di essere diventato oggetto dei racconti di cantastorie erranti, che lo hanno voluto idealizzare nelle vesti di un eroe popolare, dandogli come controparte femminile un’immaginaria lady Marian e attribuendo alle sue gesta un’intera ideologia di riscatto sociale solo perché “il popolo dava un significato a vicende che non lo avevano”.

Robin Hood - Il prezzo del sangue di Michael Sarnoski (Credits A24)
Robin Hood – Il prezzo del sangue di Michael Sarnoski (Credits A24)

Robin Hood – Il prezzo del sangue è una rilettura sorprendentemente matura di uno dei miti inglesi più duraturi e celebri, che sta faticando ai botteghini nordamericani nonostante lo star power del suo protagonista.

Senza dubbio non si tratta di un film accomodante, non solo per la prospettiva caustica con cui reinterpreta la figura storica e concreta del personaggio, ma anche per la struttura anticlimatica che lo caratterizza. Nel primo atto assistiamo a quegli scontri armati, a quei duelli e a quelle razzie che da sempre caratterizzano i film sull’eroe, girati da Sarnoski e dal suo direttore della fotografia Pat Scola con un realismo crudo ma al tempo stesso evocativo; ma quando l’ambientazione si trasferisce sull’isola di Sister Brigid, il film si trasforma progressivamente in un duello che l’anziano Robin Hood conduce innanzitutto con sé stesso, con il proprio passato, con i propri fantasmi e con le sue pulsioni più feroci.

Sarebbe pretestuoso discutere se sia un film migliore o peggiore dell’Odissea di Nolan, tanto più che il film di Sarnoski, con i suoi venti milioni di dollari di budget, è comunque costato meno di un decimo del kolossal omerico, e anche questo influisce molto sul risultato finale di un film in costume. Ma, senza dubbio, rispetto all’Odissea nolaniana, Robin Hood – Il prezzo del sangue si presenta come un’opera più matura e originale, più severa e più inquietante, che si prende maggiori rischi e che approda ben più lontano rispetto all’originale in termini di affabulazione narrativa.

È pure un segno dei tempi il modo simile con cui l’Odisseo di Matt Damon e il Robin Hood di Hugh Jackman sono accomunati dai sensi di colpa per tutte le vittime accumulate nelle loro presunte avventure, in fondo razzie ben raccontate ai posteri: per chiudere con il 5 maggio manzoniano, “fu vera gloria?”

Robin Hood - Il prezzo del sangue di Michael Sarnoski (Credits A24)
Robin Hood – Il prezzo del sangue di Michael Sarnoski (Credits A24)

Sintesi

Sarnoski reinterpreta Robin Hood spogliandolo del mito dell’eroe popolare e trasformandolo in un uomo segnato dal peso delle proprie azioni.

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