È andata bene ragazzino recensione dell’autobiografia di Anthony Hopkins

Anthony Hopkins si racconta: recensione dell’autobiografia È andata bene, ragazzino edita da Longanesi

Un serial killer cannibale che crea un’inaspettata alleanza con un’agente delle FBI per catturare un “collega”. Lo scopritore, protettore e impresario dell’uomo elefante. Un Tito Andronico post-moderno. Odino, il saggio padre di Thor e Loki, fratelli discordi. Richard Nixon lungo tutta la sua parabola politica. Un maggiordomo rigidissimo, incapace di esprimere la sua emotività. Nientemeno che Pablo Picasso. Alfred Hitchcock sul set di Psyco. Re Lear incapace di comprendere l’amore di sua figlia Cordelia – e Otello, e Macbeth, e Marcantonio, per restare nell’orizzonte shakesperiano. Il personaggio biblico di Matusalemme, venato di accenti gnostici. Il creatore di un parco a tema popolato da androidi, con un segreto inconfessabile che aleggia dietro l’apertura dell’attrazione futuristica, burattinaio supremo in un mondo di ombre. L’imperatore romano Vespasiano tra intrighi di corte e giochi gladiatorii. Un padre affetto di demenza senile che riscopre in extremis il rapporto con la figlia. Questi sono solo alcuni dei moltissimi ruoli che Anthony Hopkins ha interpretato tra cinema, teatro e qualche incursione nella serialità televisiva, nel corso di un sessantennio di carriera che gli ha fruttato due premi Oscar – nel 1992 per Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, nel ruolo di Hannibal Lecter, e nel 2021 per The Father di Florian Zeller, nel ruolo omonimo di Anthony – e di innumerevoli altri riconoscimenti in giro per tutto il mondo. A pochi mesi dall’uscita di Sonny Boy, l’autobiografia di un altro mostro sacro della recitazione contemporanea, Al Pacino, esce adesso in Italia per Longanesi È andata bene ragazzino, il memoir di Anthony Hopkins su tutta la sua vita e carriera. Aperto da una citazione di Spinoza – “Non ridere, non piangere, non odiare, ma cercare solo di capire” – e accompagnato da una ricca raccolte di fotografie incentrate soprattutto sull’infanzia di Anthony Hopkins e sul rapporto con i suoi genitori, È andata bene ragazzino è un’autobiografia particolarmente sincera e autentica, in cui Hopkins si apre molto sulle origini umili della sua famiglia, sulla sua giovinezza tempestosa, sulla sua lotta con l’alcolismo e sul rapporto fallito con la sua unica figlia.

Il primo contatto del giovane Anthony Hopkins avviene attorno ai suoi undici anni, nel collegio West Mon nel Monmounthshire dove lo avevano spedito i genitori e dove viveva problemi di adattamento sia con lo studio delle materie d’obbligo sia nel rapporto con gli altri ragazzi: è una visione dell’Amleto cinematografico diretto e interpretato da Laurence Olivier a farlo appassionare alla recitazione. A fronte delle sue problematiche scolastiche, anche dopo il trasferimento in un nuovo collegio più prestigioso, i genitori manifestavano sempre di più la loro delusione e il loro disappunto, ma una sera, dopo una pagella particolarmente negativa, il giovane Anthony Hopkins promise che “un giorno ve la farò vedere, a tutti e due”. “Sentii dentro di me una specie di clic, come se mi fossi allacciato la cintura. Il ragazzo gallese senza alcuna speranza si stava preparando all’azione. Per fare cosa? Non ne avevo idea, ma non importava”, commenta retrospettivamente Hopkins nel suo memoir. “Mio padre mi guardò in modo nuovo, come se si fosse risvegliato. Fu il mio primo vero contatto con lui, con mia madre e con tutto ciò che mi circondava. Strappò la pagella e la lettera in due pezzi, li accartocciò e li gettò nel camino spento. Più tardi, sarei andato a recuperare quei fogli e li avrei pressati in un quaderno che avrei conservato per il resto della mia vita”.

Il silenzio degli innocenti recensione
Anthony Hopkins ne Il silenzio degli innocenti
Il silenzio degli innocenti (1991)
Il silenzio degli innocenti (1991)

Vinta un’audizione per una borsa di studio al Cardiff College of Music and Drama, Hopkins iniziò così la sua formazione da attore, poi, dopo i ben due anni di servizio militare all’epoca obbligatori nel Regno Unito, iniziò a lavorare come assistente alla direzione e attore secondario al teatro di Manchester, selezionato dall’importante regista teatrale David Scase; ma la sua esperienza lì si concluse anzitempo perché in una scena di lotta aveva rischiato di ferire un altro interprete. Dopo una breve e fortunosa esperienza assunto dalla Notthingham Playhouse per una breve tournée del dramma Il cadetto Winslow, Hopkins venne ammesso alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra, portando all’audizione Monna Vanna di Maeterlinck e il monologo di Iago dal dramma shakespeariano dell’Otello. Nell’autobiografia Hopkins rievoca con emozione il suo provino per la RADA: “feci un respiro profondo, mi rilassai, e qualcosa scattò nella mia mente. Due parti di me si fusero. L’ansia che mi aveva attanagliato fino a pochi minuti prima si rivelò un’esperienza universale. Non ero unico. Non ero solo nella mia ossessione egocentrica. Tutti provavano un senso di ansia e di vuoto. Anche Iago. Ecco perché agiva in quel modo. Il comportamento umano trascendeva il bene e il male. Nulla era bianco o nero. E così avrei interpretato una delle figure più crudeli di Shakespeare senza enfatizzare la negatività delle sue intenzioni”.

Conclusi con successo gli studi alla RADA Hopkins approdò al Phoenix Theatre di Leicester che nel 1963 si stava preparando per l’inaugurazione dove, dopo una parte secondaria nella farsa The Matchmaker di Thornton Wilder per la regia di Clive Perry, venne presto promosso in un ruolo da co-protagonista, sempre diretto da Perry, ne Il maggiore Barbara da G.B. Shaw, nei panni di Andrew Undershaft. Dopo questa esperienza Hopkins tornò a bussare alle porte di Scase, che lo aveva licenziato a Manchester suggerendogli però di migliorare la sua tecnica e tornare da lui, e così ottenne nuove parti in The Playboy of the Western World di Synge, nel Racconto d’inverno di Shakespeare e nel Discepolo del diavolo di Shaw. La sua consacrazione tra i più promettenti giovani interpreti del teatro inglese arrivò a metà degli anni sessanta quando, dopo aver sostenuto un’audizione con sir Laurence Olivier in persona, Hopkins entrò a far parte del National Theatre, avviando parallelamente anche la carriera cinematografica. Per il grande schermo il suo primo ruolo importante fu ne Il leone d’inverno di Anthony Harvey del 1968, dove si trovò a recitare al fianco di Katharine Hepburn. In È andata bene ragazzino Hopkins racconta anche un consiglio che le diede la Hepburn al termine di una sessione di prove: “lì c’è la macchina da presa. È la macchina che ti fa guadagnare il pane. Sei bravo. Non recitare tutta la scena con la nuca rivolta alla macchina da presa, altrimenti ti ruberò la scena, anche se probabilmente lo farò comunque. Non sforzarti di interpretare le battute. Hai una bella voce. Hai una bella testa grande e due spalle larghe. Sembri forte. Fai come Spencer Tracy, come Bogart. Non recitare. Limitati a essere”. Negli stessi anni si consumò il breve dramma del primo matrimonio di Hopkins con Peta Barker, figlia d’arte con cui nello stesso 1968 Hopkins ebbe una bambina, Abigail, ma pochi mesi dopo la sua nascita, al termine dell’ennesimo scontro con la moglie, l’attore decise di abbandonare il tetto coniugale dopo aver dato un ultimo sguardo di saluto alla figlia. “Mentre correvo, mi chiedevo perché fossi arrivato a quel punto. Avevo una moglie e una figlia. Il nostro appartamento era confortevole, pieno di pezzi d’antiquariato. La mia carriera procedeva a gonfie vele. Eppure fuggii da quella vita come se fosse un fienile in fiamme”, scrive Hopkins nella sua autobiografia. “Ero spaventato e confuso. La mia irrequietezza per certi versi era stata una grande risorsa, ma aveva causato anche molti danni. Ora stava causando grande dolore al mio prossimo, ma credevo che fosse una questione di sopravvivenza”.

Anthony Hopkins in The Father
Anthony Hopkins in The Father
Anthony Hopkins alla sua quinta nomination agli Oscar per I due Papi
Anthony Hopkins alla sua quinta nomination agli Oscar per I due Papi
Anthony Hopkins
Anthony Hopkins (Credits: Red Sea Media)

Mentre il suo primo matrimonio andava a rotoli, e si risposava nel 1973 con l’assistente di produzione Jennifer Lynton con cui rimase per quasi trent’anni, Anthony Hopkins iniziò a ricevere offerte di lavoro anche dall’America, coronando il suo sogno di lavorare in California. È andata bene ragazzino riporta un aneddoto interessante sulle riprese di The Elephant Man, il secondo lungometraggio di David Lynch: il film è incentrato sulla tragica storia vera di John Merrick, il deforme “uomo elefante”, portato in giro come fenomeno da baraccone prima che il compassionevole dottor Treves non intervenga per salvarlo e studiarlo; Hopkins interpretava Treves, mentre a dare il volto, sotto un pesante strato di make-up, era un altro attore inglese formatosi dalla RADA, John Hurt. “Mentre io e il ragazzo camminavamo lungo il corridoio, inciampai in un gradino e persi l’equilibrio. David continuò a girare e tenemmo quella ripresa. Lo shock fece scattare qualcosa nel mio cervello. Emerse un nodo di terrore che risaliva alla mia infanzia: la stanza buia, l’ombra sul muro, l’incubo. Avevo davvero paura in quel luogo completamente buio. Era una sensazione soprannaturale. Nella mia mente, iniziai a ripetere il Salmo ventitreesimo, Il Signore è il mio pastore…, guardando fisso un punto sul muro. Mentre la macchina da presa inquadrava il mio viso, una lacrima mi scese sulla guancia. Alla fine David disse: ‘Bene, stop. Vuoi rifarlo?’. Mi asciugai la lacrima e lo guardai come se stessi riemergendo da un sogno. ‘No. Non credo di poterlo fare di nuovo’, risposi”.

Durante le riprese di The Elephant Man il padre di Lynch ebbe un malore che lo portò alla morte nel giro di pochi mesi; ma intanto Hopkins si era liberato dal demone dell’alcolismo. La sua dipendenza dall’alcol aveva raggiunto il picco a metà degli anni settanta: “i miei ricordi di quel periodo sono confusi. Negli anni in cui bevevo, avevo causato molto dolore. Non avevo mai pensato di essere un alcolizzato. Raramente un forte bevitore se ne rende conto senza un intervento di qualche tipo, e anche allora ci vuole un po’ di tempo perché quella consapevolezza venga metabolizzata. La negazione è il killer più pericoloso. Ed ero ancora nella morsa della dipendenza, anche se stava diventando sempre più difficile di negarla”. Fu solo dopo un episodio surreale e angoscioso – un lungo viaggio in auto ubriaco in piena notte, dall’Arizona a Beverly Hills – che Hopkins decise di smettere di bere e iniziò a frequentare gli Alcolisti Anonimi. “il desiderio di bere mi abbandonò. Erano le 11 di mattina del 29 dicembre 1975. Quale grazia mi mostrò l’universo in quel momento. Quanto fui fortunato ad avere finalmente trovato la chiarezza”, rievoca Hopkins nella sua autobiografia. “Avrei fatto tutto ciò che era in mio potere – e invocato ogni altra fonte di potere – perché non succedessero più cose del genere: non ricordare quello che avevo fatto; guidare e mettere in pericolo gli altri; lasciare che quel mostro strisciasse su per le mie gambe, rendendomi crudele e freddo”.

Uno dei film su cui È andata bene ragazzino si dilunga di più è naturalmente Il silenzio degli innocenti del 1991, in cui Anthony Hopkins, recitando nei panni del serial killer Hannibal Lecter  “il ruolo migliore che abbia mai letto” – al fianco della Clarice Sterling di Jodie Foster, rubò completamente la scena ottenendo un premio Oscar come miglior attore protagonista a fronte di uno screen time di appena sedici minuti. “Sentivo istintivamente come interpretare Hannibal. Ho il diavolo dentro. Tutti abbiamo il diavolo dentro. So che cosa spaventa le persone. Le chiave è calarsi contemporaneamente in due atteggiamenti interiori che spesso non coesistono: nel caso di Lecter, essere sia distante sia vigile”, scrive Hopkins in È andata bene ragazzino. “Capii immediatamente il personaggio. Nella mia mente si delineò lo schema della sua personalità. Lecter è descritto come un mostro. Quello era il mio punto di partenza. Non interpretarlo come un mostro. Interpretalo in modo tranquillo e amichevole. Crea una specie di storia d’amore con Clarice. Seducila. Prendi il controllo dell’interrogatorio. È un gatto che gioca col topo. Divertente no? Coinvolgi il pubblico in questo gioco”. In termini di fonti di ispirazione, Hopkins provò a leggere un libro su Ted Bundy, ma presto lo mise da parte e si concentrò di più su figure come Iosif Stalin e il suo insegnante di recitazione alla RADA Christopher Fettes, che fu molto lusingato dallo scoprire di aver contribuito a ispirare un mostro cinematografico diventato immediatamente così iconico.

Anthony Hopkins si racconta: recensione dell'autobiografia È andata bene, ragazzino edita da Longanesi
Anthony Hopkins si racconta: recensione dell’autobiografia È andata bene, ragazzino edita da Longanesi

In È andata bene ragazzino Hopkins racconta più brevemente anche i retroscena del ruolo che lo portò a vincere un secondo Oscar nel 2021, quello del protagonista di The Father di Florian Zeller, sul cui set Anthony Hopkins si sentì “in qualche modo diventare simile a mio padre nei suoi ultimi giorni: con lo sguardo vuoto, la bocca aperta, sembrava vedere cose e sentire voci a noi negate”. Forte dell’esperienza avuta pochi anni prima con l’Anthony Hopkins Artist’s Forum, una serie di incontri che aveva avuto con giovani attori su suggerimento della terza moglie Stella Arroyave, l’attore ha molto collaborato con il regista nella costruzione e nella caratterizzazione per lo schermo del protagonista col suo stesso nome: “per interpretare quel personaggio, decisi di parlare molto velocemente, come se cercassi di tenere il passo con i miei pensieri. Anthony, questo il suo nome, vive in un mondo totalmente confuso, quindi cerca di mostrare quanto sia intelligente e acuto in ogni momento. Questo lo rende crudele; spesso urla e ripete: ‘non ho bisogno di essere accudito! Lasciatemi in pace!”. Dopo The Father, Hopkins ha ancora vestito i panni di Sigmund Freud in Freud – L’ultima analisi, del crudele re biblico Erode nel film Netflix Mary, di Sir Nicholas Winton in One Life, e del sadico villain William in Locked – In trappola, ha prestato la voce a un personaggio di Rebel Moon di Zack Snyder sempre per Netflix e ha ricoperto un ruolo secondario anche in The Son, il nuovo film di Florian Zeller dopo The Father; e svariati altri sono i ruoli in arrivo.

Ben tradotto dall’importante critico cinematografico Alberto Pezzotta, È andata bene ragazzino include anche un’appendice con un’antologia di poesie particolarmente amate da Anthony Hopkins: brani di Seneca, Shakespeare, l’Ecclesiaste biblico, Edward Thomas, Thomas Gray, Christina Rossetti, W.B. Yeats, W.H. Auden, Kavafis, Masefield, Longfellow, Dowson, e Gerard Manley Hopkins, un suo lontano cugino; a questi si aggiunge anche il poeta persiano Khayaa’mm, particolarmente apprezzato da suo padre. È andata bene ragazzino è un’autobiografia che resta impressa per la sua narrazione appassionante e il suo tono sincero, un libro che ci porta a vedere davvero da una nuova prospettiva il cammino percorso da uno dei più grandiosi interpreti di cinema e di teatro degli ultimi sessant’anni.

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