L’ultimo turno recensione film di Petra Volpe con Leonie Benesch e Sonja Riesen
di Francesca Viridiana Bastoni

Nel reparto di oncologia di un ospedale svizzero, il tempo sembra seguire leggi proprie. Si dilata, si sospende, si consuma in gesti ripetuti e necessari. È qui che lavora Floria Lind, infermiera dell’ultimo turno, protagonista silenziosa ma presente del nuovo film scritto e diretto da Petra Volpe, presentato con successo alla 75ª edizione del cinema di Berlino.
Interpretata con straordinaria delicatezza da Leonie Benesch, Floria diventa il tramite di una narrazione che affida al quotidiano il racconto della fine. La morte, in L’ultimo turno, non è un’eccezione tragica, ma una presenza discreta, che si manifesta tra le mani che curano, le parole che esitano, i silenzi che accompagnano.
La cura come racconto
Il film sfonda la quarta parete senza effetti teatrali, coinvolgendo lo spettatore in un mondo dove la morte si racconta senza drammatizzazioni, ma con sobrietà e compassione. Lontano dai cliché hollywoodiani del medico – eroe, Volpe costruisce un linguaggio visivo e narrativo che restituisce dignità al morire e a chi resta.
Accanto alla protagonista, una compagine di attori coesa arricchisce la trama con storie che non cercano la commozione facile, ma lasciano emergere l’umanità più autentica: una madre in fase terminale, raccolta nei suoi silenzi; una figlia dilaniata dalla lenta agonia del padre e un anziano paziente divorato dall’ansia di una diagnosi che non arriva e che non vorrebbe mai conoscere.
Ogni personaggio è un frammento di quell’enigma collettivo che è la fine della vita, e la regia li osserva con pudore, senza mai cedere alla tentazione estetizzante del dolore. Un ruolo decisivo è svolto dalla fotografia di Judith Kaufmann, che non fa concessioni alla bellezza artificiosa, ma si mantiene fedele alla verità percettiva dell’ambiente ospedaliero. La sua freddezza controllata trasmette l’urgenza silenziosa di un interrogativo profondo: come si accompagna chi se ne va? E cosa resta in chi resta?
Le luci al neon, i corridoi vuoti, i corpi fragili. Tutto concorre a comporre un’immagine del morire che non è né spettacolare né poetica: è semplicemente umana. E per questo, potentemente cinematografica.
L’ultimo turno non è un film facile, e non cerca di esserlo. Chiede attenzione, presenza e un certo stato d’animo emotivo da parte di chi guarda. Ma offre, in cambio, un’esperienza profonda e luminosa, capace di restare nel tempo come un’eco silenziosa.

Imparare a morire per imparare a vivere
In un panorama cinematografico che troppo spesso elude il tema della morte o lo trasforma in intrattenimento, L’ultimo turno sceglie di restituirle uno spazio reale e necessario. Raccontare la fine – davvero – è un atto politico, culturale e umano. È scegliere di non voltare lo sguardo.
Petra Biondina Volpe ci mostra che forse, per imparare davvero a vivere, dobbiamo prima imparare a stare di fronte alla morte. Con grazia e con verità.

