Lo Straniero recensione film di François Ozon con , Rebecca Marder e Pierre Lottin

François Ozon è uno dei più prolifici – e altalenanti – registi del cinema francese contemporaneo, tra i principali esponenti di quel cinéma du corps, o French New Wave che sia, che esplose allo scoccare del millennio e che dà ancora i suoi occasionali frutti.
Ozon non è affatto nuovo ad operazioni di adattamenti ambiziosi: già all’inizio della sua carriera aveva diretto Gocce d’acqua su pietre roventi, da una sceneggiatura irrealizzata di Reiner W. Fassbinder, e più di recente, nel 2022, rimanendo sempre in territorio fassbinderiano, aveva realizzato un remake gender-swapping del classico Le lacrime amare di Petra von Kant, intitolato Peter von Kant.
Altri suoi film erano basati da libri – Nella casa era tratto da una pièce di Juan Mayorga, Frantz da un dramma teatrale di Maurice Rostand, Estate ’85 dal romanzo Dance on My Grave di Aidan Chambers – ma Ozon non si era mai accostato a un classico ingombrante della letteratura francese del Novecento come fa adesso con Lo straniero di Albert Camus.
Pubblicato nel 1942, in originale L’Étranger, fu il romanzo di Camus che, assieme a La peste e ai suoi saggi filosofico-esistenziali, fruttò allo scrittore il premio Nobel nel 1957.
Massimo esponente dell’esistenzialismo letterario francese assieme a Jean-Paul Sartre e a Simone de Beauvoir, Camus non aveva mai avuto troppa fortuna al cinema: un precedente adattamento de Lo straniero, firmato da Luchino Visconti e interpretato da Marcello Mastroianni, è unanimemente considerato tra le prove minori del cinema viscontiano; più di recente nel 2011 Gianni Amelio aveva portato sullo schermo il romanzo incompiuto Il primo uomo.
Del resto Lo straniero è uno dei massimi romanzi della letteratura novecentesca occidentale, paragonabile per importanza solo al trittico kafkiano de Amerika, Il processo e Il castello, all’Ulisse di Joyce, ad Alla ricerca del tempo perduto di Proust, al Viaggio al termine della notte di Céline e a La nausea di Sartre. Era forse, sulla carta, il più adattabile, ma proprio per questo l’impresa restava insidiosa.
Con il suo L’Étranger – il cui titolo appare sullo schermo prima in arabo e poi in francese – Ozon ci consegna invece una delle prove migliori della sua filmografia, con un adattamento piuttosto fedele al romanzo , salvo qualche aggiustatura strutturale e l’inserimento di una love story.
In questa nuova versione cinematografica de Lo straniero, splendidamente fotografata da Manuel Dacosse, Ozon ritorna al bianco e nero che già aveva fatto la forza del suo dramma storico Frantz del 2016.
Anche questo è un dramma storico, ambientato nell’Algeria degli anni cinquanta, di cui il film enfatizza gli accenni socio-antropologici alla situazione del paese, ai tempi ancora sotto occupazione francese.
Il film si apre con un cinegiornale d’epoca che inevitabilmente ricorda anche La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, ed è disseminato di piccole schegge di osservazione sociale nei confronti della popolazione araba, in particolare nella sequenza della visita alla casa di riposo dove è morta la madre del protagonista e nelle scene ambientate in prigione.
La trama, di diretta ascendenza camusiana, è nota: Meursault, impiegato francese ad Algeri, attraversa con impassibile estraneità la morte della madre, un rapporto amoroso vissuto senza slanci e un’esistenza svuotata di convenzioni morali, fino a uccidere quasi casualmente un arabo su una spiaggia, sotto il sole accecante. Arrestato e processato, finisce per essere giudicato non soltanto per il delitto, ma soprattutto per la sua radicale indifferenza al mondo, che ne fa agli occhi della società un colpevole ancora più intollerabile del suo stesso crimine.
È certo difficile far reggere un film su un personaggio che non dà – e non può ricevere dagli spettatori – alcuna empatia, e il Meursault cinematografico di Ozon è comunque più umano e comprensibile del personaggio letterario inventato da Camus.
Il cast, come non di rado accade nel cinema di Ozon, è composto prevalentemente da giovani promesse del cinema francese ed è ben assemblato: Benjamin Voisin, già coprotagonista del precedente Estate ’85, dà un’ottima interpretazione del ruolo del title character Meursault; Rebecca Marder interpreta Marie Cardona, la sua “pseudo-fidanzata”; Pierre Lottin ha vinto il premio César come miglior attore non protagonista.
La scelta di dare una maggiore centralità alla storia d’amore tra Meursault e Marie è uno dei classici strumenti che si adottano nel passaggio da libro a film; anche se un po’ ridondante, non mancano momenti utili a enfatizzare il senso di estraneità al mondo e a sé stesso del protagonista, accrescendo la componente di indifferenza torbida che permea tutto il romanzo.
A confermare la sua originaria appartenenza al cinéma du corps francese il regista inserisce anche una fugace componente di inedita attrazione sessuale di Meursault per l’arabo senza nome, subito prima di ucciderlo; ma non si tratta di una forzatura, semmai di un’interpolazione tra il canovaccio letterario di Camus e la sensibilità di Ozon, che in molti suoi film precedenti aveva trattato ampiamente tematiche LGBT.
Una splendida illustrazione dell’immaginario dello scrittore è data dalla scelta delle ambientazioni, in particolare nei cristallini paesaggi marini dove si consuma prima l’idillio tra Meursault e Marie e poi l’assurdo omicidio che porterà il protagonista alla condanna a morte. L’unico vero passo falso della sceneggiatura è l’apparizione del fantasma della madre del protagonista prima della sua esecuzione, in una sequenza onirica girata in pieno deserto; in compenso, la sequenza ambientata in tribunale è tra le più forti del film.


