L’isola dei ricordi recensione film di Fatih Akin con Jasper Billerbeck, Matthias Schweighöfer e Diane Kruger
Il nome di Fatih Akin è sempre rimasto legato al suo film La sposa turca del 2004 ma il regista turco-tedesco ha realizzato nel corso di ormai quasi tre decenni un corpus filmografico di tutto rispetto, che include anche Ai confini del paradiso del 2007, Oltre la notte del 2017 e il sottovalutato Il mostro di Saint Pauli del 2019, omaggio a Fritz Lang che andava a scavare in una delle pagine più torbide della cronaca nera tedesca degli anni successivi alla sconfitta nella Seconda guerra mondiale e al crollo del nazismo.
L’isola dei ricordi (titolo originale Amrum), presentato al Festival di Cannes 2025 e proposto dalla Germania agli Oscar come miglior film internazionale, senza però entrare nella cinquina finale, arriva nelle sale italiane. Basato sulle memorie d’infanzia di Hark Bohm — attore ricorrente nel cinema di R. W. Fassbinder e, successivamente, regista — Akin ha ereditato il progetto quando l’aggravarsi delle condizioni di salute di Bohm lo ha costretto a rinunciarvi. Bohm è scomparso nel novembre 2025, ma ha fatto in tempo a girare un breve cameo muto nel finale del film
Il film racconta la fine della Seconda guerra mondiale dalla prospettiva del dodicenne Nanning Bohm, che vive con la sua famiglia, in larga parte filonazista, ad Amrum, un’isola tedesca del Mare del Nord. L’attesa del ritorno del padre dal fronte fa da sfondo alla quotidianità di Nanning che, come in molti Bildungsroman, vive gradualmente la disillusione per il crollo del regime nazista, resa più scioccante dalla scoperta delle ipocrisie e delle colpe dei suoi famigliari più stretti.
Notevole per i suoi risvolti storici e drammaturgici la scena in cui Nanning si unisce a un gruppo di bulli di scuola che vorrebbero escludere dalla classe i profughi polacchi recentemente arrivati sull’isola, salvo poi essere scacciato a sua volta perché nato ad Amburgo e non ad Amrum.
Nella grammatica simbolica del film un ruolo importante lo rivestono gli oggetti di scena: un album di foto e di ricordi della famiglia Bohm, originaria dell’isola, una radio clandestina che si connette alle frequenze anglo-americane, un coltello con l’impugnatura di dente di balena che il protagonista scopre di aver ereditato dal misterioso zio Theo, emigrato in America, una vecchia edizione del Moby Dick di Melville, che il protagonista presta al suo amico Hermann anche per l’omonimia con lo scrittore – che dà lo spunto per un prevedibile ma non sciocco accostamento tra il capitano Achab e Adolf Hitler.
Fatih Akin sa sfruttare efficacemente l’importanza storiografica dei ricordi di infanzia di Bohm, l’ambientazione a tratti metafisica sull’isola attraversata dalle maree, e il classico passaggio esistenziale dall’infanzia all’adolescenza, qui sullo sfondo di una tragedia storica.
La fotografia di Karl Walter Lindenlaub, a tratti superba, rimette in campo l’antica tecnica dell’effetto notte nella scena del ritrovamento, da parte di Nanning, del cadavere di un annegato sulla battigia della spiaggia; a tratti, soprattutto nelle scene bucoliche, la mente torna a I giorni del cielo, il secondo film di Terrence Malick fotografato da Nestor Almendros.
La quotidianità sull’isola di Amrum viene messa in scena da Akin con grande realismo, dalla scuola alla vita nei campi fino al macello dei conigli nelle fattorie e alle uccisioni delle foche sul lungomare, creando una base solida per un romanzo di formazione evocativo e per l’approfondimento di un periodo storico raramente investigato al cinema – l’immediato dopoguerra tedesco, a cui di solito si preferisce la forza scenografica degli anni del nazismo, della guerra e dell’Olocausto – e all’interno di un’ambientazione periferica e insulare a sua volta cinematograficamente quasi vergine; tra le poche eccezioni, torna alla mente il magnifico film danese Land of Mine del 2015.
L’isola dei ricordi si mantiene lontano da ogni retorica mostrando come, in particolare per il protagonista, sia un trauma il crollo del regime nazista in cui era nato e cresciuto: essendo dodicenne nel 1945 la sua nascita si dovrebbe datare al 1933, lo stesso anno dell’avvento al potere di Hitler, come del resto laddove l’originario regista e co-sceneggiatore Hark Bohm era nato nel 1939. Particolarmente forte la scena in cui il ragazzino assiste con gli occhi sgranati al rogo domestico di un ritratto fotografico del Führer; e anche dopo aver assistito al ripudio del nazismo da parte della zia, Nanning continua a indossare per un po’ la sua divisa della Gioventù hitleriana, non capendo l’atteggiamento degli adulti di fronte al crollo del regime; e reagisce con incredulità alla prima menzione dei campi di concentramento e alla scoperta del fatto che i suoi genitori non vollero aiutare la fidanzata dello zio Theo, ebrea, a scampare all’Olocausto.
Sul piano del cast è buona l’interpretazione di Jasper Billerbeck, l’attore bambino che ricopre il ruolo del protagonista Nanning; significativa la presenza di Diane Kruger con un’interpretazione convincente anche per i costumi e il make-up dimessi nel ruolo di una contadina antinazista.
Rilevante anche il cameo di Matthias Schweighöfer, noto internazionalmente per la sua partecipazione ad Army of the Dead di Zack Snyder e a Oppenheimer di Christopher Nolan, che fa l’apparizione in una sequenza onirica incentrata sullo zio Theo, che dice al giovane protagonista che non deve sentirsi responsabile, ma comunque coinvolto, nella barbarie del nazismo.


