La mostra Totò e la sua Napoli: antropologia di una macchina attoriale comica
Curata da Marino Niola e Alessandro Nicosia, la mostra Totò e la sua Napoli è stata allestita dal 31 ottobre 2025 al 25 gennaio 2026 nel complesso museale dei palazzi reali del capoluogo campano, promossa dal Comitato Nazionale Neapolis 2500, che celebra il duemilacinquecentesimo anniversario dalla fondazione della città, con il patrocinio della Farnesina e la partecipazione degli Eredi Totò. Intesa come una celebrazione del più grande attore comico italiano e del suo legame con la città natale, la mostra è introdotta da molte evocative fotografie d’epoca del rione Stella di Napoli, più noto come rione Sanità per la salubrità dell’aria, in cui il futuro Totò nacque nel 1898 e passo infanzia e adolescenza.
Frutto di un’unione extramatrimoniale tra la giovane Anna Clemente e il principe Giuseppe de Curtis, venne battezzato come Antonio Clemente, e a lungo rimase registrato all’anagrafe come figlio di N.N.; solo nel 1921, dopo il tardivo matrimonio dei genitori, poté legalmente assumere il cognome paterno, diventando a tutti gli effetti Antonio De Curtis – anzi, Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio. Già da adolescente comincia a esibirsi in “staccate” e “periodiche”, ispirandosi al celebre attore di varietà Gustavo De Marco e partecipando agli spettacoli di Mimì Maggio. Inizialmente utilizza il nome d’arte Clerment, sostituito nel 1920 dal più napoletano Totò. “Eravamo una ‘chiorna’ di amici, cioè un gruppetto compatto, tutti principianti pieni di speranze, tutti uomini che poi si sono piazzati, io, Eduardo e Peppino De Filippo, Armando Fragna e Cesarino Bixio“, ricordava Totò dei suoi primi anni di palcoscenico. “Facevamo le ‘recite staccate’ nei teatrini di Aversa, Torre del Greco, Castellammare. La ‘recita staccata’ era una specie di week-end teatrale, due rappresentazioni, sabato e domenica: chi faceva la prosa, chi il varietà, chi suonava in orchestra…”. Affermatosi nel corso degli anni venti, alla morte di Gennaro Della Rossa, direttore artistico del Teatro Nuovo, Totò ne diventa il successore e nel 1929, a soli 31 anni, è capocomico della compagnia stabile Molinari, consacra dosi come uno dei protagonisti dell’avanspettacolo e della grande rivista, in una stagione irripetibile del teatro napoletano. “La mia tecnica è l’istinto. Il comico nasce, non diventa comico”, sentenziò una volta Totò. “Si può diventare anche comico per forza, ma allora si è leziosi, si è falsi. Mentre il comico è quello istintivo, non c’è niente da fare. Io ho una comicità istintiva che porto nel mio lavoro e che all’inizio può non far ridere, ma poi, piano piano… come lo scultore che ha un pezzo di creta che plasma piano piano”.
Dopo qualche esperienza secondaria sul finire degli anni trenta, a partire dagli anni quaranta fino alla morte nel 1967 – vissuta dalla città di Napoli come una vera e propria tragedia collettiva, con la partecipazione di oltre centomila però se alle esequie – ci fu anche la vorticosa attività cinematografica, che portò Totò a recitare in un numero record di pellicole che sfiora quota cento, alternando i film di cassetta a opere di grandi autori, soprattutto negli ultimi anni della sua carriera, venendo diretto anche da nomi del calibro di Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Mario Monicelli, Steno, Sergio Corbucci, Dino Risi e Pier Paolo Pasolini. Tra i molteplici “reperti” presenti in mostra spiccano il piano di lavorazione predisposto dalla società di produzione Ponti – De Laurentiis per il film Totò a colori, diretto da Stefano Manzina (e con Lucio Fulci aiuto regista), il relativo preventivo e un bozzetto scenografico; e sono esposti anche gli appunti manoscritti di Cesare Zavattini per il soggetto del film “L’oro di Napoli”, e una bombetta originale realmente indossata da Totò.
La mostra Totò e la sua Napoli ricorda anche l’attività di Totò come autore di canzoni. L’attore era un grande cultore della canzone napoletana, di cui constatava con sincera gioia ed orgoglio il crescente successo sul piano nazionale e internazionale – “divento pazzo di gioia quando sento cantare una canzone napoletana da uno straniero. Perché una canzone napoletana cantata da un napoletano diventa una cosa di ordinaria amministrazione. Invece il nostro orgoglio di cittadini partenopei è solleticato quando una nostra canzone diventa materia di esportazione e quindi più richieste ci sono e più siamo contenti”. Totò scrisse personalmente brani entrati a pieno titolo nella tradizione popolare napoletana, come Malafemmena, Ischia mia, Me songo annammurato (‘A statuetta) e Voglio bene ‘e femmene, e, come la mostra ricorda, fu anche autore di poesie quali ‘A livella, Napule, tu e io, Il fine dicitore, ‘O schiattamuorto e Quanno me trovo all’ estero. L’attività di poeta era da Totò esplicitamente e fieramente ricollegata alle sue origini napoletane: “non sono uno scrittore, sono un napoletano. Tutti i napoletani la poesia ce l’hanno un po’ dentro, tutti i napoletani in un modo o un nell’altro sono poeti”.
Come promesso sin dal titolo, la mostra allestita a Palazzo Reale è sopra ogni altra cosa la celebrazione del rapporto viscerale e autentico che Totò intrattenne per tutta la durata della sua vita con Napoli: “resto un napoletano con tutti i pregi e i difetti del napoletano. Ogni quindici-venti giorni torno o a Napoli per un brevissimo soggiorno; non posso stare più a lungo lontano dalla mia città; la gente di là mi dà il colore della vita. E ogni volta mi commuovo come un bambino”. Approfondito nella mostra è anche il rapporto con Eduardo e Peppino De Filippo, con Carlo Croccolo e con il nipote e factotum Eduardo Clemente, nonché con le tre donne che hanno costellato la sua vita sentimentale, il primo amore Liliana Castagnola, tragicamente scomparsa nel 1930, la moglie Diana Bandini Rogliani e la compagna dell’ultima parte della sua vita, Franca Faldini, che in seguito collaborò con il grande critico Goffredo Fofi a una serie di saggi su Totò editi da MinimumFax con il titolo di Totò, l’uomo, la maschera, e alla monumentale cronaca in più volumi “L’avventurosa storia del cinema italiano”. Il passaggio più interessante della mostra è probabilmente quello che evidenzia come, dietro la sua grande comicità quando calzava i panni di Totò, in Antonio de Curtis si celasse un complesso vissuto umano e l’utilizzo della recitazione come dispositivo di ascesa sociale, che, senza fargli mai rinunciare alla componente popolare della sua ispirazione e tecnica attoriale, gli fruttò anche per diritto di nascita l’appellativo di Principe della risata: “dietro la maschera comica di Totò si cela una figura sorprendentemente complessa, nella quale l’ironia convive con un profondo desiderio di riscatto e legittimazione”, sottolineano le didascalie della mostra: Antonio de Curtis, segnato com’era dal mancato riconoscimento paterno nei primi due decenni della sua vita, avvia fin da giovane una rigorosa ricerca delle proprie origini, esplorando archivi e documenti per affermare una discendenza da antiche famiglie bizantine. Un passaggio decisivo avviene nel 1933 con l’adozione da parte del marchese Francesco Maria Gagliardi Focas di Tertiveri, che apre la strada al riconoscimento legale dei titoli nobiliari. Nel 1941 un decreto ministeriale sancisce ufficialmente l’iscrizione della famiglia al Libro d’Oro della Nobiltà Italiana. La vicenda prosegue negli anni con ulteriori procedimenti giudiziari, sostenuti dall’avvocato Eugenio De Simone, che culminano nel 1955 in una sentenza favorevole del Tribunale di Napoli, accolta da Totò come un simbolico trionfo pubblico.
In questa prospettiva, la maschera di Totò smette di essere soltanto un formidabile dispositivo comico per rivelarsi come una vera e propria figura antropologica, capace di condensare in sé le contraddizioni, le ferite e le strategie di sopravvivenza simbolica di un’intera comunità. Il suo corpo scomposto, elastico, anti-eroico, la lingua che mescola alto e basso, italiano e dialetto, gesto arcaico e modernità urbana, non sono semplici tratti stilistici, ma forme incarnate di una sapienza popolare che ha fatto dell’ironia un’arma di riscatto e della farsa una filosofia di vita. Totò è al tempo stesso principe e scugnizzo, nobile e figlio di nessuno, e proprio in questa oscillazione permanente tra ordine e disordine, legittimazione e marginalità, si iscrive la sua forza universale.
La mostra Totò e la sua Napoli restituisce con efficacia questa dimensione profonda, mostrando come la maschera non sia mai una fuga dall’identità, ma al contrario il luogo in cui essa si costruisce, si protegge e si mette in scena. Totò diventa così il corpo simbolico di Napoli stessa: una città che ride mentre soffre, che teatralizza la propria precarietà trasformandola in intelligenza collettiva, che sublima la mancanza in eccesso espressivo. A distanza di decenni, la sua comicità continua a parlare non solo al pubblico, ma agli antropologi, agli storici della cultura e a chiunque voglia interrogarsi sul potere della rappresentazione come forma di conoscenza del reale. La risata di Totò, la risata non cancella il dolore: lo attraversa, lo espone e lo rende, paradossalmente, condivisibile.

