Predator: Badlands recensione film di Dan Trachtenberg con Elle Fanning, Dimitrius Schuster-Koloamatangi e Mike Homik [Anteprima]
di Tommaso Di Pierro
Gli Yautja non sono prede di nessuno. Amici di nessuno. Predatori di tutti

In quasi quarant’anni di saga il franchise di Predator è andato incontro ad alti e bassi.
6 film e 2 crossover sono l’equivalente di un grande calderone contenente misture di cinema cult, pellicole discrete, altre pessime, prequel e ottime sperimentazioni.
Predator: Badlands, settimo lungometraggio della serie principale di Predator, fa parte di quel tentativo di rivitalizzazione della saga iniziato con The Predator (2018) e che ha poi portato a pellicole fresche e innovative come Prey (2022) e lo strepitoso Predator – Killer dei Killer (2025), primo film d’animazione della saga, passato in sordina, ma che meriterebbe più di un passaggio su piattaforma. Questi ultimi due film sono tutti diretti da Dan Trachtenberg, regista che in pochissimi anni ha saputo risollevare una saga considerata morta e sepolta, portando nuova linfa e generando un rinnovato interesse da parte del pubblico.
Trachtenberg è anche il regista di Predator: Badlands, e ci si chiede dunque quali innovazioni possa aver apportato questa nuova pellicola ad un franchise nato alla fine degli anni’80. Ebbene si può dire che questo film ha una diversità tutta sua.
La storia è quella di Dek (Dimitrius Schuster-Koloamatangi), uno Yautja considerato il più debole del suo clan e per questo sacrificabile. Desideroso di mostrare il suo valore e spinto dalla vendetta, Dek viaggerà fino all’insidioso pianeta Jenna, dove dimorano creature di ogni tipo, per trovare e abbattere la preda perfetta e tornare a casa vittorioso e ricoperto di gloria. Ad aiutarlo in quest’impresa ci sarà Thia (Elle Fanning), un sintetico vivace e spigliato che scuoterà la coscienza e le credenze del risoluto Yautja, il quale dovrà far fronte a pericoli ben più grandi di quanto si aspetta.

Predator: Badlands è uno di quei film che esprime un’idea chiara e concisa di cinema come arte popolare, ampliando il consueto scheletro di sceneggiatura di incontro/scontro tra razza umane e aliena che ha caratterizzato la gran parte dei film della saga di Predator, proponendo un insolito buddy movie che, nella semplicità e reiterazione della formula, funziona a dovere.
Il film, quindi, ha l’inconsueto dono di innovare nella ripetizione, sbaragliando e sovvertendo le reiterate dinamiche tra personaggi dei film precedenti, tra prede e predatori in questo caso, ma allo stesso riproponendo una formula abituale, quella della coppia di amici/nemici che prima si odiano e poi si amano, che ha segnato la storia del cinema come sottogenere a sé.
Condire il tutto con un’azione indomita e selvaggia, anche se non memorabile, mista ad una leggera e funzionale ironia, data soprattutto dal personaggio estroso della Fanning che si scontra quotidianamente con il carattere serioso e impermeabile dello Yautja, fa di Predator: Badlands un valido prodotto di intrattenimento di cui il cinema di oggi, diviso tra trash e autorialità, ha disperatamente bisogno. Un “film formula” vincente, che conscio delle regole e dei modelli della saga da cui proviene prima li accartoccia e poi li espande, assicurando la gioia di un’esperienza in sala fatta di azione, rumori, scontri epici ed esplosioni che, a volte, è tutto ciò che serve per essere felici e godere appieno del cinema come esperienza audiovisiva.


