Send Help recensione film di Sam Raimi con Rachel McAdams, Dylan O’Brien e Edyll Ismail[Anteprima]
di Tommaso Di Pierro

Come vi sentireste se dopo un naufragio vi ritrovaste su un’isola deserta in compagnia del vostro capo stronzo? È quello che succede a Linda Liddle (Rachel McAdams), impiegata derisa e sottovaluta dai suoi colleghi, e al suo superiore Bradley Preston (Dylan O’Brien), bloccati su un’isola della Thailandia dopo un incidente aereo. Isolati dal resto del mondo, i due inizieranno una tenace lotta per la sopravvivenza, con la possibilità per Linda di ribaltare la catena gerarchica e imporsi come nuovo capo della situazione.
Tra logiche commerciali e cinema d’autore, dopo diciassette anni da Drag Me to Hell (2009), il regista Sam Raimi torna pienamente al thriller/horror con un spietato film sul darwinismo dal sapore alacre e grottesco. Tra sopravvivenza e cinismo, tra Lost (2004-2010) e Misery non deve morire (1990), Raimi racconta un film sulla spietatezza e sui giochi di potere, dove l’inversione tra servo e padrone porta il primo in una posizione dominante, ribaltando i concetti classisti (com’era accaduto anche in Triangle of Sadness, altro film “alla deriva”). Così come l’occasione fa l’uomo ladro, anche per Linda, infatti, ritrovarsi su un’isola deserta con un capo ingrato e ingeneroso le dà l’opportunità di trasformarsi a sua volta in un mostro, dimostrandosi un despota peggiore di chi la comandava e portando in risalto il lato peggiore della natura umana.
Pur viziato da un primo tempo stereotipato, in cui si ripetono le classiche situazioni da survival su un’isola deserta (ricerca del cibo, costruzione di un riparo, segnali di soccorso) e da effetti speciali non sempre all’altezza, Send Help non tarda tuttavia a trovare una propria cifra, alimentando la palpabile tensione tra i due naufraghi. È nei loro battibecchi e nella lotta continua tra i due che emerge il lato artistico più fervido di Raimi, quello che rimanda alle sue opere prime, in primis la trilogia de La casa.

Primissimi piani su volti e ghigni intensi e ridicoli, corpi che si contorcono in una spirale di violenza insensata e sangue che finisce per riempire lo schermo, accompagnato da un fiotto di ilarità. È questo ciò che ci si aspetta da un autore come Sam Raimi, ed è esattamente ciò che il regista concede, senza dimenticare al contempo di esercitare una critica sociale.
Quello tinteggiato dal regista, infatti, è un mondo cinico senza speranza dove vige la legge del più forte, dove non si viene salvati, ma ci si salva da soli in forza della prevaricazione sull’altro, esattamente come al giorno d’oggi, dove solo il più forte sopravvive e il pesce grande mangia quello più piccolo appena gliene si presenta l’occasione. Si tratta solo di capire in quale ruolo rientriamo.
Pur nella sua imperfezione, Raimi ha confezionato un film che dice tantissimo dei tempi di oggi, dove egoismo e ambizione sfrenata sormontano qualunque indole di gentilezza e bontà, ricordando che la natura umana è, prima di tutto, una natura animale, che di questi tempi non trova nessuna fatica ad emergere con dirompente trasgressività.


