Giovani madri recensione film di Jean-Pierre e Luc Dardenne con Babette Verbeek e Elsa Houben
di Luca Romani

L’opera dei fratelli Dardenne si presenta con umiltà, in punta di piedi, pronta ad accompagnare lo spettatore in un viaggio composto da mefisti e speranze, continuo alternarsi tra ombre e luci.
I cineasti tornano in sala con una pellicola dall’animo limpido, capace di sfiorare le corde dell’animo umano, senza perdersi in eccessivi virtuosismi allegorici.
L’opera tratta la frastagliata vita di cinque ragazze, tutte rimaste precocemente incinte. Le protagoniste sono diverse tra loro, ognuna col proprio bagaglio. L’invisibile fil rouge che le unisce risiede nella loro natura adolescenziale. Incapaci di immaginare un radioso futuro per i loro figli, tutte vivono inseguendo una vana scia di speranza, sentiero labilmente splendente nell’oscurità che le circonda.
Il dramma di Giovani madri si sviluppa attraverso la poca preparazione delle ragazze, martiri di responsabilità e sensi di colpa, del tutto inadeguate alla sfida che la vita ha posto loro. Le scenografie sono spesso spoglie e decadenti: lunghe vie percorse da fiumi di auto, strade scarsamente illuminate, edifici spogli e desolanti.

I Dardenne creano un microcosmo dove tutto è proseguimento dell’inadeguatezza interiorizzata dalle protagoniste. In ogni momento si può notare quanta dovizia ci sia stata nella ricerca del particolare, il tutto per comporre la cornice di un quadro che brilla di profonda lugubre luce. Pur considerando la natura puramente drammatica del film, l’opera è pervasa da una matrice sognatrice, tipica del punto di vista adolescenziale delle protagoniste. Quando i demoni che affliggono la vita delle ragazze sembrano essere incontrastabili, la speranza riesce a trionfare, inebriando di aria fresca i polmoni della pellicola. I registi ci vogliono far sentire parte attiva del dramma, realizzando una regia semplice e diretta, composta prevalentemente da inquadrature molto strette.
La mancanza d’aria nelle inquadrature rende la pellicola opprimente, soffocante, lo spettatore riesce a empatizzare grandemente con la tragedia delle giovani madri. Nei momenti di massimo coinvolgimento emotivo, la macchina da presa si sofferma sui dettagli, una mano che si stringe, una lacrima sul volto, quanto serva per enfatizzare la natura fanciullesca delle ragazze, terminata brutalmente con la gravidanza.
La colonna sonora, assente per tutta la narrazione, compare maestosamente alla fine della pellicola. Un piano forte risuona salvifico e speranzoso in una stanza. In sottofondo un bambino che ride danzando tra le braccia dei suoi genitori, un cuore che batte di vita nuova, una famiglia riunita. Purtroppo, non tutti gli elementi risultano pienamente a fuoco. Si nota spesso la volontà autoriale di voler eccessivamente insistere su aspetti troppo drammatici della narrazione, finendo per risultare a lungo andare di natura ridondante. La continua ricerca della commozione da parte dello spettatore non convince, esasperando diverse sequenze per renderle il più emotivamente impattanti possibile.
A dispetto di qualche difetto qui e là, Giovani madri risulta un affresco raffigurante la natura umana in tutte le sue meravigliose imperfezioni. I difetti dei personaggi presenti in scena non vengono condannati, bensì compresi e interiorizzati, inciampi lungo la tortuosa strada della vita di ognuno di noi.


