Divine Comedy

Divine Comedy di Ali Asgari al MedFilm Festival di Roma

Divine Comedy di Ali Asgari con Bahram Ark, Sadaf Asgari, Hossein Soleimani, Bahman Ark e Mohammad Soori

 

Ali Asgari è una delle voci più apprezzate del nuovo cinema iraniano, quello successivo all’avvento di grandi e pluripremiati cineasti come Abbas Kiarostami, Asghar Fahradi e Jafar Panahi.

Classe 1982, si è laureato all’università islamica di Tehran e ha successivamente frequentato anche il DAMS di Roma 3, mantenendo sempre viva una forte relazione con il cinema italiano. Dopo una serie di acclamati cortometraggi, tra cui Tonight Is Not a Good Night for Dying, Barbie, La bambina e il silenzio, esordisce al lungometraggio con Nāpadid šodan nel 2017, a cui segue, cinque anni dopo, La bambina segreta.

Frustrato dalle difficoltà di realizzare film in Iran, nel 2023 presenta alla Quinzaine di Cannes il film di protesta Kafka a Tehran, realizzato in co-regia con Alireza Khatami, girato senza autorizzazioni e in povertà di mezzi, mostrava una dozzina di persone che raccontavano la loro quotidianità e i loro problemi sotto il regime iraniano.

Il film venne chiaramente mal visto dalle autorità del paese che per un breve periodo revocarono il passaporto ad Asgari, ma già nel 2024 il regista riuscì a portare al Festival di Torino il suo nuovo lavoro, Higher Than Acidic Clouds, visionario documentario meta-cinematografico presentato a inizio 2025 anche a a Visions du Réel.

La stessa dimensione autoriflessiva sul cinema in Iran, e parzialmente autobiografica, la si ritrova anche in Divine Comedy, presentato a Venezia nell’ultima edizione e adesso incluso fuori concorso nel programma del MedFilm Festival di Roma. Coprodotto anche dalla società italiana Zoe Films, sarà distribuito nei nostri cinema prossimamente da Teodora Film.

Divine Comedy, in originale Komedie Elahi, è incentrato su Bahram Ark, un regista quarantenne – il più indipendente dell’Iran, a detta di un suo amico – che, per tutta la sua carriera, ha realizzato film in turco-azero, nessuno dei quali è mai stato proiettato in patria. Il suo ultimo lavoro, al quale il Ministero della Cultura ha nuovamente negato l’autorizzazione alla proiezione, lo spinge al limite della ribellione

Affiancato dalla produttrice Sadaf Bahram intraprende in sella a una Vespa una missione clandestina per presentare il suo film al pubblico iraniano, superando la censura governativa, l’assurda burocrazia del paese e le sue stesse insicurezze.

Una fitta rete di personaggi secondari avvolge la linea narrativa principale del film: tra questi, il fratello gemello Bahman, a sua volta regista ma a differenza del protagonista ben visto dalle autorità. Roozbeh, attore professionalmente frustrato che se la prende con i poteri forti e intanto gestisce un cinema e un altro proiezionista indifferente che si rifiuta di proiettare alcunché in assenza del placet ministeriale. Un autoproclamato profeta incrociato fuori da un bar che si propone di liberare Bahram dal “purgatorio in cui ti trovi” e un usciere di un palazzo del potere appassionato di James Bond.

Ad accentuare ulteriormente il carattere meta-cinematografico del film, i fratelli Ark sono realmente registi iraniani, sebbene sullo schermo interpretino versioni romanzate di sé stessi. Qualche citazione dantesca qua e là richiama il titolo, come il monologo in cui Roozbeh recita, in iraniano, «libertà va cercando ch’è sì cara» dal primo canto del Purgatorio, o il nome del bar Dante, dove si svolge l’incontro con un misterioso factotum del Ministero, che dice di voler “dare una mano da amico” a Bahram per realizzare il suo prossimo film, purché si giri in Siria e in arabo. Il fulcro veramente dantesco dell’opera, però, risiede nella dimensione purgatoriale in cui sono immersi i due protagonisti – tant’è che, quando Bahram presenta finalmente il suo film in una proiezione clandestina, dice di sentirsi in Paradiso.

Divine Comedy ha un tono grottesco tutto suo mai comico, che si colloca su un livello particolare di dolente satira e non lascia molto spazio per l’autocommiserazione. Nelle varie scene in Vespa uno spettatore italiano non può non pensare a Caro Diario di Nanni Moretti, un film più spensierato quanto ad ambientazione, ma non privo di affinità e di tono. È nel primo incontro di Bahram con le autorità iraniane per perorare la causa dell’uscita del suo ultimo film che c’è una delle battute più memorabili e più rappresentative: “nel resto del mondo si parla di intelligenza artificiale e noi siamo qua a discutere di cani“; poiché un funzionario dell’ufficio cinematografico iraniano, mai inquadrato in volto, vuole imporgli di tagliare dal film perché considerato un animale impuro dall’Islam.

Tutta la scena ha un forte impianto kafkiano, che riprende la suggestione contenuta sin dal titolo nel precedente Kafka a Tehran, del resto anch’esso incentrato sulle difficoltà di realizzare film in Iran. Tra le altre questioni-chiave sollevate dalla scena, le scelte linguistiche di Bahram, che si è ostinato a girare il suo film in turco per ragioni famigliari – lo stesso Ali Asgari appartiene alla minoranza iraniana dei tati, che parla appunto turco -, il realismo, tema su cui il protagonista e il funzionario ovviamente divergono, e il bisogno dei film, propugnato dal secondo, di far ridere.

Il lungometraggio è al tempo spesso uno spaccato sociale, un picaresco road movie cinefilo e una dichiarazione di intenti da parte del regista: tanto la scena del confronto del protagonista con il funzionario ministeriale quanto quella del dialogo tra i due fratelli sul senso di fare film e sulle origini della loro passione illustrano chiaramente le idee del regista sulla funzione del cinema, in Iran e in generale.

L’affastellarsi di situazioni paradossali contribuisce ad accrescere il registro sui generis lungo cui si muove Divine Comedy, film a ben vedere indefinibile sul piano del genere essendo tanto comico quanto drammatico. Viene evidenziato nelle note di regia: “L’umorismo non nasce dalla commedia, ma dall’assurdità della repressione. Il complicato sistema di censura crolla sotto le sue stesse contraddizioni. I personaggi rispondono con sarcasmo e arguzia silenziosa: umorismo come resistenza laddove la ribellione è pericolosa. Realizzare il film è di per sé resistenza”.

Quanto ci sia di personale del suo vissuto è evidente già da una semplice scorsa al suo percorso registico degli ultimi anni. È curioso, tuttavia, riscontrare come il suo precedente lavoro Higher Than Acidic Clouds, in un contesto essenzialmente documentario si ammantava di una grande raffinatezza visiva e di una stratificata costruzione narrativa, mentre questo è fondamentalmente un film di finzione, molto più scarno sia sotto il profilo fotografico sia dal punto di vista della trama.

Divine Comedy si porta nel territorio pressoché inesplorato di un meta-post-film, e registra in maniera autentica, dolente e appassionata le difficoltà professionali artistiche attraversate da Ali Asgari. Sarà interessante, e forse capiterà al momento della maturità registica già sfiorata con l’opera precedente, vederlo alle prese con un soggetto diverso dalle difficoltà della vita e del cinema in Iran, per ritrovare il suo particolare sguardo e il suo personalissimo umorismo applicato a nuovi contesti.

Sintesi

Divine Comedy fonde ironia e dramma per raccontare la repressione iraniana. Asgari trasforma l’umorismo in resistenza, firmando un meta-film essenziale, riflessivo e profondamente legato alla sua esperienza personale.

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