La Gioia recensione film di Nicolangelo Gelormini con Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca e Francesco Colella
di Giorgio Maria Aloi

Gioia (Valeria Golino) è un’insegnante di liceo che non ha mai conosciuto l’amore, se non quello opprimente dei genitori, con cui vive ancora. Tra gli studenti della sua scuola c’è Alessio (Saul Nanni) un ragazzo, che usa il suo corpo come uno strumento per rimediare qualche centinaio di euro e aiutare sua madre, cassiera in un supermercato. Tra loro nasce un legame proibito, fragile e inspiegabilmente necessario per entrambi. Ma il desiderio di un riscatto sociale e umano per Alessio è un veleno silenzioso che gli impedisce di farsi conquistare definitivamente dalla dolcezza disarmante di Gioia. Così, distrugge tutto e cancella l’unica persona che lo abbia mai amato.
Con La Gioia, Nicolangelo Gelormini firma un’opera intensa e stratificata che conferma la sua attenzione per i personaggi ai margini emotivi, sospesi tra desiderio di salvezza e autodistruzione. Al centro del film c’è una protagonista complessa e vulnerabile, che offre una delle prove più mature e dolorosamente autentiche della sua carriera recente.
Il titolo suggerisce una promessa luminosa, ma il regista sceglie fin da subito la via dell’ambiguità. La gioia non è uno stato stabile né un traguardo rassicurante: è piuttosto una tensione, una possibilità intermittente che si affaccia tra le crepe di un’esistenza segnata da ferite profonde. La protagonista — donna attraversata da lutti, errori e relazioni irrisolte — vive in bilico tra il bisogno di amare e la paura di essere nuovamente travolta dalla perdita.
La regia è misurata, quasi pudica. Gelormini evita qualsiasi enfasi melodrammatica e costruisce il racconto attraverso dettagli minimi: silenzi prolungati, dialoghi trattenuti, spazi domestici che riflettono il disordine interiore dei personaggi. La macchina da presa insiste sui volti, sui respiri, sui tempi morti, restituendo un senso di intimità che coinvolge lo spettatore senza mai manipolarlo. È un cinema che osserva, più che spiegare.

Valeria Golino domina la scena con un’interpretazione fatta di sottrazione. Il suo personaggio non cerca la simpatia facile, né si offre come vittima esemplare. È contraddittorio, talvolta duro, spesso indecifrabile. Ma proprio in questa opacità risiede la sua forza. L’attrice lavora sulle micro-espressioni, sulle pause, sugli sguardi che tradiscono una vulnerabilità profonda. Nei momenti di maggiore esposizione emotiva, il film raggiunge una verità quasi spiazzante, rifiutando qualsiasi forma di consolazione artificiale.
La sceneggiatura procede per accumulo, senza grandi colpi di scena. È nei piccoli scarti — una decisione improvvisa, un ritorno inatteso, un confronto rimandato troppo a lungo — che si costruisce la tensione narrativa. Gelormini sembra più interessato al processo interiore che all’esito finale, più alla trasformazione che alla risoluzione. Questo approccio rende il film esigente, ma coerente con la sua natura introspettiva.
Tematicamente, La Gioia riflette sulla possibilità di ricominciare quando il passato continua a esercitare il suo peso. La felicità, qui, non coincide con l’assenza di dolore, ma con la capacità di attraversarlo senza smarrire del tutto la propria identità. È una visione adulta, disincantata, che rifiuta l’ottimismo superficiale ma lascia spazio a una forma di speranza silenziosa.
Pur con un ritmo che potrebbe risultare dilatato per una parte del pubblico, il film si distingue per compattezza stilistica e coerenza emotiva. Gelormini conferma uno sguardo personale e riconoscibile, mentre Valeria Golino si riafferma come una delle interpreti più profonde del panorama italiano contemporaneo.
La Gioia è un’opera che non urla, ma resta. Un film che interroga lo spettatore e lo accompagna dentro le zone più fragili dell’esperienza umana, ricordando che la gioia, quando arriva, è sempre una conquista delicata e provvisoria.


