The Day She Returns recensione film di Hong Sangsoo con Song Sunmi, Cho Yunhee e Park Miso [Berlinale 76]
di Tommaso Di Pierro
Con questo suo nuovo film il regista torna, come sempre, a narrare un cinema fatto di umanità e di persone, dove l’individuo è il principale tramite della narrazione e il dialogo assurge a suprema forma per esprime davvero sé stessi, tra detti e non detti.
La storia racconta di un’attrice di mezza età che, dopo il divorzio, ha ripreso in mano la recitazione in un film indipendente. Ora che il film sta per uscire, l’attrice sta rilasciando varie interviste per promuoverlo, mettendo in primo piano anche la sua vita privata, le sue scelte e il suo vissuto. Quello stesso giorno il suo insegnante di recitazione le chiede di ripetere le interviste fatte in precedenza, ed ecco che qualcosa, irrimediabilmente, si inceppa e ogni volta che l’attrice arriva alle parti cruciali, per qualche motivo non riesce a ricordare nulla.
Piani sequenza fissi e distanti dal proprio centro di interesse; personaggi come bussole emotive e centro di gravità permanente; parole parole parole e, ovviamente, l’immancabile bianco e nero. Basterebbe questo a definire, in parte, il linguaggio audiovisivo del regista che davanti alla macchina da presa ha messo da sempre, in primis, l’umano, il quotidiano, le vite personali della gente comune, il tutto con un’immancabile semplicità e purezza, condita con un leggero tocco di umorismo.
Non manca di farlo anche in The Day She Returns, dove il meccanismo ripetuto delle interviste a intervalli di 30 minuti l’una tra le varie giornaliste e l’attrice, quasi identiche, se non per determinate variazioni, dà modo di indagare passato, presente e futuro di quest’ultima, facendo sì che le parole, da sempre fonte inesauribile di svisceramento, diventino ancora una volta l’unica opzione possibile per esprimere davvero sé stessi. Anche i silenzi, tuttavia, dicono tanto: le pause, la lingua che si inceppa, la mente che si ingarbuglia e che non riesce ad esprimersi: perché tutto quello che ci portiamo dietro ha un peso emotivo, e a volte quel peso è difficile da esprimere semplicemente a parole. Forse non lo si può davvero fare, forse rimane confinato nel non detto, nell’inesprimibile, e rimane parte di noi.
Ma tra detto e non detto, tutto viene comunque filmato e The Day She Returns diventa allora un’occasione di metacinema come metavita, ossia mettere in scena la vita dentro al film e viceversa. Hong Sangsoo, con il narrare le difficoltà di un’attrice nel calarsi nuovamente in un ruolo, con le stesse che emergono e si ripetono ogni volta che inizia una nuova intervista, coglie l’opportunità di esaltare un cinema puro e scevro da complicazioni nella forma, dove basta puntare una camera fissa e tenersi a debita distanza per cogliere tutta l’essenza di un’umanità che si interroga sui propri limiti, sulle proprie scelte e sul proprio cammino.
Nel contenuto, però, la realtà è ben diversa, e l’umanità che racchiude persone in quanto esseri fragili e imperfetti emerge tutta lì, nei dialoghi sulla vita e sul lavoro, sulla famiglia e sui sogni, sui rimpianti e le speranze.
Il cinema allora, con il suo personale meccanismo di ripetizione, revisione e riproducibilità e il suo narrare e rinarrarsi eternamente, diventa confronto di riflessione su di sé, il modo in cui ripensiamo e riformuliamo il nostro essere alla luce di quanto ripetuto e riprodotto in noi stessi; uno scenario meditato del nostro vissuto, che alla luce di quanto già sperimentato, cambia e si trasforma continuamente nel tempo, con la speranza di sopravvivere ad esso e di narrarsi sempre nel modo migliore, aldilà di ogni ragionevole fragilità.
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