Il Caso 137 (Dossier 137) recensione film di Dominik Moll con Léa Drucker, Jonathan Turnbull e Guslagie Malanda
di Martina Sica

Il Caso 137 è un thriller politico di Dominik Moll che offre degli interessanti spunti di riflessione sui meccanismi del potere e sulla giustizia. La trama ruota attorno a un’indagine da cui prende nome il lungometraggio: “Dossier 137”. Stéphanie (Léa Drucker) lavora per l’IGPN, organo interno della polizia che si occupa di esaminare la liceità delle azioni degli agenti.
È il 2018, le manifestazioni dei gilet gialli infuocano le strade di Parigi, i poliziotti non ricevono direttive specifiche e sono ingaggiate anche forze militari che normalmente non si occupano di gestire delle proteste. In questo clima, la protagonista porterà avanti le sue investigazioni.
Moll dichiara di aver scelto questo tema sia per l’attualità sia perché voleva approfondire il lavoro di chi si trova in una posizione scomoda perché costretto a indagare i propri colleghi: “Come ci si trova a essere nel mezzo di un simile fuoco incrociato?”.
Tuttavia, benché questo sia il tema centrale della pellicola, portato avanti dalla recitazione di Drucker con maestria, il cuore dell’opera non è solo ciò che prova la protagonista. Infatti, una domanda attraversa ogni sequenza e lo spettatore non può evitare di porsela: “Come puoi fidarti delle istituzioni, nel momento in cui sono le prime a non proteggerti?”.
Nel film c’è un uso costante dell’espressione salvare la Repubblica, l’obiettivo primario di difendere uno Stato civile e democratico riempie le bocche delle forze dell’ordine, ma ciò che viene mostrato sullo schermo è tutt’altro che equo. Il sistema appare profondamente sbilanciato: un poliziotto può usare ogni elemento per difendersi, persino quelli che sembrano chiaramente a suo sfavore, mentre un ragazzo viene incarcerato senza prove solide, sulla base di testimonianze provenienti dagli stessi agenti coinvolti nel caso. È qui che l’opera colpisce più duramente, mostrando una realtà amara e fin troppo plausibile.
Nello specifico, chi avverte maggiormente questo senso di ingiustizia sono proprio gli immigrati, che più che apprezzare la pubblica sicurezza, ne sono spaventati. Il tema del razzismo e il divario tra le zone periferiche e Parigi sono inseriti in modo credibile e contribuiscono ad accrescere la tensione trepidante del film.

Uno degli aspetti più riusciti è proprio questa capacità di coinvolgere il pubblico, evitando i cliché del genere. Non ci sono colpi di scena gratuiti o inseguimenti spettacolari, il climax emotivo cresce naturalmente. La macchina da presa non si esibisce in grandi formalismi, ma è il montaggio a portare avanti l’indagine in modo ritmato e coinvolgente, tanto che lo spettatore percepisce le stesse sensazioni di Drucker. In particolare, nelle sequenze delle testimonianze alla scrivania, con gli interrogatori prima degli amici e dei parenti della vittima e successivamente dei poliziotti, si prova fastidio e noia, tutto è estremamente lento. Un dialogo quasi casuale al supermercato fornisce poco dopo la motivazione, comunicando che sono passati tre mesi e mettendo in scena un perfetto esempio di show don’t tell.
Inoltre, in alcuni momenti il formato orizzontale lascia spazio a quello verticale. Il regista sceglie di riservare nella narrazione grande spazio al cellulare e ai social media, mettendo da parte l’estetica e piegando in modo in intelligente lo stile alla storia, rendendo il suo film ancora più attuale e portando sullo schermo il dibattito social/piazza.
È un media che ci accompagna fino alla fine della storia in modo non didascalico. La realtà è violenta e può risultare difficile da digerire. Chi ha degli alti valori morali è costretto a scontrarsi quotidianamente con questa verità, che lascia addosso un senso di disagio persistente. Ecco, dunque, che tornano i social per distrarsi: scrollare video di gattini è l’unica strada possibile per allontanare almeno per un momento quella sensazione di ingiustizia.


