Che Dio perdona a tutti

Che Dio perdona a tutti recensione film di e con Pierfrancesco Diliberto [Anteprima]

Che Dio perdona a tutti recensione film di e con Pif, Giusy Buscemi e Francesco Scianna [Anteprima]

di Francesca Bastoni 

 

L’amore a tutti i costi… Ad ogni costo!  È questo il nodo che attraversa il film diretto e interpretato da Pif (Pierfrancesco Diliberto), adattamento cinematografico del suo omonimo romanzo Che dio perdona tutti.

La pellicola si muove con apparente leggerezza entro i codici della commedia italiana — da Amici miei ai classici di Fantozzi — ma sotto la superficie ironica si insinua una domanda più scomoda: quanto siamo disposti a tradire noi stessi pur di amare?

Arturo è l’eroe titubante della vicenda, incarnazione perfetta dell’uomo comune: impeccabile nel lavoro di agente immobiliare, ma emotivamente esitante, opportunista, sempre in bilico tra desiderio e prudenza.  Un equilibrio fragile, che si incrina nel momento più inatteso: davanti a un cannolo. È un gesto minimo, quasi iniziatico. Da lì nasce una passione nuova — per la pasticceria e per Flora, interpretata da Giusi Buscemi — che trasforma la sua esistenza in un racconto fatto di dolcezza e desiderio.

Ma, come spesso accade nel cinema di Pif, l’idillio è attraversato da una frattura ideologica. Flora è profondamente credente, mentre Arturo è agnostico. Non crede, ma finge. E quella finzione, inizialmente innocua, diventa il vero cuore del conflitto.

Il nodo della pellicola si sviluppa nei dialoghi surreali tra Arturo e una proiezione immaginaria di Papa Francesco, (Carlos Hipólito): una sorta di presenza evangelica che accompagna il personaggio verso la fede, tra, infinite contraddizioni, provenienti da entrambi.  Qui la narrazione trova il suo spazio più fertile: un laboratorio interiore in cui ironia e riflessione si intrecciano.

Tra divergenze e piccoli attriti, il confidente “immaginario” — Papa Francesco — si configura come una coscienza: non giudica, non impone, ma accompagna Arturo nel suo tentativo, fragile e disordinato, di vivere secondo gli esempi offerti dal Vangelo. Ma è proprio qui che emerge la frattura più dolorosa: le contraddizioni tra la vita reale e l’ideale di fede si rivelano difficili da sostenere, quasi inconciliabili.

Il conflitto tra queste due dimensioni — l’aspirazione alla purezza e l’inevitabile imperfezione dell’esperienza umana — diventa lo scoglio principale su cui si arresta, più volte, il percorso di Arturo. Eppure, nel tempo, qualcosa si scioglie. Non attraverso una risoluzione netta, ma grazie a un lento lavoro interiore: il dissolversi di paure, resistenze, strategie di controllo. È qui che Papa Francesco apre uno spiraglio, suggerendo un gesto tanto semplice quanto radicale: affidarsi, senza calcoli, senza garanzie. Una fede che, sorprendentemente, somiglia all’amore. Perché entrambe richiedono esposizione, rischio e perdita di controllo.

Sul piano narrativo, il film regge nel ritmo, sostenuto da una scrittura che alterna leggerezza e riflessione. Eppure, a tratti, sembra indulgere nella ricerca dell’effetto o della citazione brillante, quasi a voler ricalcare consapevolmente i modelli della commedia italiana. Ma è altrove che la pellicola trova la sua verità più autentica.

Le sequenze più riuscite emergono nei momenti di sbandamento di Arturo, quando il personaggio smette di costruirsi e lascia affiorare il bisogno — profondamente umano — di essere accolto, rassicurato, compreso. In questo senso, anche la sua fame di dolci assume un valore simbolico più profondo. Non è solo passione, è una richiesta implicita di dolcezza, un desiderio quasi infantile di essere trattato con gentilezza nonostante le proprie rigidità, le esitazioni, i lati spigolosi.

È proprio in questa tensione, tra controllo e bisogno, tra difesa e desiderio di abbandono, che Arturo si rivela davvero. Un uomo che, più che credere o amare, sta imparando a lasciarsi accadere. Nel cinema di Pif non ci sono risposte definitive, ma percorsi umani, imperfetti e contraddittori. Arturo non conquista una verità: la attraversa. E forse è questo il punto più autentico di Che Dio perdona a tutti: l’amore, come la fede, non è un sistema di certezze, ma un atto di esposizione, che si interpreta come “affidarsi alla fede”.

Non si tratta di credere o non credere, di amare o non amare. Si tratta di accettare il rischio di essere veri. Perché, in fondo, non è Dio a dover perdonare tutto.  È l’uomo che deve imparare a non nascondersi più.

Sintesi

Il film di Pif, tratto dal suo omonimo romanzo, racconta la storia di Arturo, agente immobiliare, che si innamora della pasticcera Flora. Il cuore della narrazione risiede nel conflitto tra fede religiosa e agnosticismo, incarnato nel tentativo — ambiguo e segnato da una sottile ipocrisia — di Arturo di superare l’ostacolo della fede per avvicinarsi a lei.

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