Wakanda Forever! Il lascito di Chadwick Boseman all’indomani della morte

Wakanda ForeverIl lascito di Chadwick Boseman tra cinema d’impegno civile con cui valorizzare icone afroamericane e Black Panther

All’indomani della morte di Chadwick Boseman per un male incurabile, non è facile trovare le parole adatte con cui codificare un ricordo fatto e finito ed esprimere le relative sensazioni. Per quelle basterebbe semplicemente cingere le braccia al petto, metterle a croce, stringere i pugni e dire:“Wakanda forever”. Quella di Boseman è una tragedia, sia dal punto di vista umano che artistico. Ma l’intento di queste parole non è quello di porre “nero su bianco” l’ennesimo coccodrillo con cui celebrare la vita e la (breve) carriera dell’artista; piuttosto di ricordarci come – quella stessa (breve) carriera – sia stata connotata da ruoli iconici e d’enorme impegno civile.

Da 42 – La vera storia di una leggenda americana (2013) a Da 5 Bloods – Come fratelli (2020), passando per Get on Up – La storia di James Brown (2014), Marcia per la libertà (2017), City of Crime (2019); e chiaramente l’iconico Black Panther del MCU tra Captain America: Civil War (2016) e Avengers: Endgame (2019).

Rassegna Stampa: addio a Chadwick Boseman
Addio a Chadwick Boseman la star di Black Panther è scomparsa prematuramente a 43 anni

Tra pellicole più o meno riuscite, e il pionieristico ingresso nel più grande universo narrativo nella storia del cinema, Boseman ha saputo incarnare lo spirito e gli ideali di grandi uomini della storia con cui raccontare del retaggio e della cultura afroamericana. Questo per via anche del suo modo d’intendere il lavoro:”È bello pensare che la gente guardandomi possa trovare ispirazione. […] L’unico rammarico è che non si ha la possibilità di vedere il frutto di questo lavoro.”

Per certi versi, quindi, l’idea che un regista come Spike Lee lo abbia scelto per il sopracitato Da 5 Bloods, ha un che di poetico. Il suo Capitano Norman rappresenta non soltanto la pietra narrativa alla base del racconto di Da 5 Bloods, ma anche una delle “voci di coscienza” di Lee. Agente scenico di vitale importanza, con cui il regista de BlackKklansman (2018) denuncia l’agire del suprematismo bianco verso la comunità afroamericana.

Boseman e la storia americana: Jackie Robinson, James Brown e Thurgood Marshall

Come dicevamo, Boseman ha sempre considerato l’atto della recitazione come “di responsabilità”; funzionale per portare sullo schermo uomini d’ideali, d’onore, con cui sensibilizzare gli afroamericani sull’importanza del loro retaggio, delle radici. In tal senso, quindi, non deve stupire se il primo grande ruolo di Boseman nel sopracitato 42 – La vera storia di una leggenda americana di Brian Helgeland, sia legato a uno dei personaggi sportivi più importanti di tutti i tempi; quel Jackie Robinson primo giocatore afroamericano a giocare nella MLBMajor League Baseball.

La stella dei Brooklyn Dodgers, in cui ha militato dal ’47 al ’56, mise fine a sessant’anni di segregazione razziale; specie da quando le leghe del Baseball adottarono le disposizioni previste delle cosiddette leggi Jim Crow del celebre slogan “separati ma uguali” – valido per tutte le etnie “non” bianche caucasiche. Robinson superò avversità di ogni tipo, dalle minacce di morte a insulti razzisti, riuscendo a conquistare l’ignoranza “bianca” con la sua classe e tenacia.

ackie Robinson, James Brown e Thurgood Marshall
La trilogia d’impegno civile tra Jackie Robinson, James Brown e Thurgood Marshall

L’anno successivo è la volta di Get on Up – La storia di James Brown di Tate Taylor, con cui Boseman presta il volto a “il padrino del soul” omonimo. Un biopic che è anche coming of age, con cui raccontare la leggendaria vita di James Brown tra povertà, problemi con la legge, dipendenze da droga e più di 60 album; nonché massima ispirazione per Mick Jagger, Prince e Michael Jackson come sonorità e stile. Brown, al pari di Elvis Presley, contribuì a delineare la figura dell’artista a tutto tondo che compone, canta, balla e intrattiene; praticamente il prototipo del performer moderno.

L’ultimo tassello di questa ipotetica trilogia dei pionieri afroamericani, è senza dubbio Marcia per la libertà di Reginald Hudlin. Pellicola con cui Boseman incarna gli ideali e i valori dell’avvocato Thurgood Marshall; primo afroamericano nominato giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. Il Marshall di Boseman è agli albori della carriera, trovandosi a difendere Joseph Spell, un autista di colore accusato di violenza sessuale e tentato omicidio. In sostanza tre uomini che seppur appartenenti a differenti campi, hanno in comune l’aver avuto un approccio rivoluzionario nell’abbattere le barriere razziali.

Chadwick Boseman e Black Panther: un simbolo per le generazioni

Ma la svolta arriva nel 2016 quando Chadwick Boseman diventa ufficialmente il volto del T’Challa/Black Panther del Marvel Cinematic Universe. Introdotto dalla Casa delle Idee con il simil-crossover Captain America: Civil War, T’Challa trova in Boseman un perfetto interprete capace di delinearne i tratti della complessa caratterizzazione psicologica. Il T’Challa introdottoci dai Fratelli Russo è un uomo che si ritrova, suo malgrado, al centro di un conflitto tutt’altro che diplomatico. L’evento traumatico però, permetterà al futuro Re di Wakanda di accettare il suo ruolo, l’importanza strategica della sua terra, e abbracciare finalmente il proprio retaggio.

Se in Civil War la sua presenza è rilevante in termini d’economia narrativa, ma comunque non del tutto sviluppata, tutt’altro può dirsi per Black Panther (2018) lo stand alone firmato Ryan Coogler. Non ce ne vogliano, chiaramente, i detrattori dei cinecomics, ma l’operazione compiuta dalla Marvel, è molto più complessa di quanto non sembri.

Chadwick Boseman nei panni di T'Challa/Black Panther
Chadwick Boseman nei panni di T’Challa/Black Panther

C’è un momento specifico in Black Panther, precisamente poco dopo la risoluzione del conflitto scenico del duello tra T’Challa e il Killmonger di Jordan. Un guardare un ultimo tramonto tra due figli del Wakanda. Uno che il Wakanda l’ha vissuto “per sempre” e l’altro che ha aspettato una vita per farvi ritorno: “Papà diceva che il Wakanda era la cosa più bella che si possa vedere. Aveva promesso che mi ci avrebbe portato. Lo sai? Un ragazzino di Oakland, che credeva alle favole.[…] Seppelliscimi nell’oceano, come i miei antenati che si buttavano dalle navi. Sapevano che la schiavitù era peggio della morte.”

In quel momento emerge quella profonda anima sociale dell’opera di Coogler, nonché la giustificazione alle 7 nomination tra cui Miglior film, vincendone 3 (Miglior scenografia, Migliori costumi, Migliore colonna sonora) agli Oscar 2019. La genialità di Black Panther sta nel mostrarci un’utopica Africa illibata, mai colpita dal colonialismo e dallo schiavismo, dove il progresso tecnologico ha raggiunto livelli inimmaginabili – ben oltre quello dell’Occidente degli Stark. Raccontando le gesta di T’Challa, la Marvel è riuscita – di riflesso – a condannare quasi trecento anni di segregazioni, di razzismo e dell’importanza del retaggio e delle proprie radici; sensibilizzando così il pubblico, e creando un legame, un’identità, per mezzo di linguaggio filmico semplice.

Questa la ragione dietro agli incassi da più di 1 miliardo di dollari – di cui 700 milioni soltanto nel Nord America – e di una finestra distributiva di sold-out costanti da febbraio ad agosto. Black Panther è stavo visto, rivisto, stravisto. Il primo supereroe nero ad avere un film tutto suo, uno stand alone, ha creato qualcosa nella comunità afroamericana; un riconoscersi, un avere un modello a cui ispirarsi. Quindi si, forse con gli Oscar 2019 Black Panther è entrato in una dimensione più grande del suo effettivo valore – facendo storcere il naso a molti critici (nostrani) – ma con una simile mole narrativa, a una certa, perché non avrebbe dovuto esserci?!?

Quale futuro per Black Panther?

Per quanto da ritenersi, forse, una domanda prematura, resta da chiedersi quale sarà il destino di Black Panther dopo un simile evento traumatico. Originariamente previsto per il 2022, la lavorazione del secondo capitolo della saga dovrà necessariamente essere fermata per far fronte a un adeguato – e strategico – periodo di riflessione da parte dei vertici Disney/Marvel. Inevitabilmente la scomparsa di Chadwick Boseman inciderà – anzi – sta già incidendo (e non poco), nelle dinamiche future del Marvel Cinematic Universe; da capire, quindi, in che modo Bob Iger e Kevin Feige intenderanno operare in merito al fato di T’Challa.

Lupita Nyong'o, Letita Wright, Daniel Kaluuya, Michael B.Jordan, Danai Gurira
Gli eredi di T’Challa – cosa accadrà nel Marvel Cinematic Universe?

Le ipotesi che si potrebbero presentare sono delle più disparate. Dal recasting “puro e crudo”, che appare decisamente la soluzione meno probabile, oltre che dannosa in termini d’immagine; a una soluzione “di rottura” con la base fumettistica ma in linea con il contesto narrativo. In tal senso si potrebbe optare per una soluzione similare a quella operata da Thor: Ragnarok (2017) sul valore filosofico di Asgard. Black Panther non è semplicemente T’Challa, ma chiunque creda negli ideali di giustizia, protezione e d’indipendenza del Wakanda.

L’erede di T’Challa/Boseman potrebbe già essere presente nel contesto narrativo. Dalla Nakia della Nyong’o, alla Okoye della Gurira; dal W’Kabi di Kaluuya, a un redivivo Killmonger di Jordan – con cui disegnare, peraltro, un arco di trasformazione d’indubbio interesse artistico. L’ipotesi più plausibile e accreditata è la Shuri della Wright. Così facendo la Marvel opterebbe per una totale riscrittura del ruolo scenico su base fumettistica, andando al contempo a valorizzare – di riflesso – il lavoro di Boseman.

Wakanda Forever!

Non è questa una celebrazione post-mortem del talento di Chadwick Boseman, perché a onor del vero – eccetto Black Panther – ha preso parte a film buoni ma tutt’altro che indimenticabili. Piuttosto è una celebrazione “delle intenzioni”, di ciò che ha cercato di costruire lungo tutta la sua (breve) carriera, e di ciò che ci lascia.

Diceva Boseman che il motivo per cui i supereroi piacciono tanto, è perché “incarnano quella forza che ciascuno cerca dentro di sé“, ma a volte per essere eroi non è necessario indossare una tuta, essere dotati di super-forza o di un’armatura di metallo. A volte essere eroi è fare il possibile, nel proprio piccolo, per smuovere le coscienze. Boseman ha saputo sfruttare il proprio talento, la propria inclinazione – frutto anche di un passato da insegnante nella comunità di Harlem – per valorizzare il retaggio, ed è questo il suo lascito.

Jackie Robinson, James Brown, Thurgood Marshall e T’Challa. Il punto in comune di questi uomini – più o meno immaginari – è stato lavorare per la parità razziale; e il volto di Boseman ne ha ridato vita filmica e valore, per le generazioni future. Per questo la perdita di Chadwick Boseman è una tragedia al di là dell’aspetto umano e artistico. Perché in un anno come questo, fatto di disclaimer con cui indurre nella gente l’autocoscienza degli orrori della storia, e di #BlackLivesMatter, è come aver perso un simbolo. Ma come insegnatoci in Civil War: “Nella mia cultura la morte non è la fine, viene considerata un punto di partenza. Allunghi entrambe le braccia e le divinità Bast e Sekhmet ti condurranno nella verde e ampia prateria, dove correrai per sempre“.

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