Challengers il film romantico-sportivo che non parla né di amore né di sport

Challengers ecco servito il film romantico-sportivo che non parla né di amore né di sport

 

Challengers di Luca Guadagnino (Credits: Warner Bros. Pictures)
Challengers di Luca Guadagnino (Credits: Warner Bros. Pictures)

Cos’è realmente lo sport? Qual è il significato di quella potente scintilla che, sin dalla preistoria, spinse una serie di individui a svolgere attività fisiche senza un reale fine utilitaristico?

Si potrebbe rispondere senza particolare timore che ciò di cui stiamo parlando abbia a che fare con la banale necessità di declinare il concetto di divertimento ad una serie di attività fisiche. La realtà è che le civiltà a noi più lontane avevano già compreso un significato intrinseco sensibilmente più stratificato e profondo, capace di elevare lo sport ad una pratica sorprendentemente più simile ad una performance teatrale – quindi ad un’efficace rappresentazione della natura umana e delle relazioni che intercorrono tra le persone – che ad uno sforzo fisico finalizzato a qualcosa di realmente utile.

Quando interagimmo con le prime indiscrezioni e immagini relative all’ultima fatica in celluloide di Luca Guadagnino, ci sembrava scontato e prevedibile che il regista di Call Me By Your Name si sarebbe servito del tennis per apporre un’affascinante cornice intorno alla relazione amorosa instaurata tra i propri protagonisti, piuttosto che come vero e proprio nucleo narrativo del proprio lungometraggio.

Ciò che ci siamo ritrovati, al contrario, è un’operazione sensibilmente più fine e stratificata di quanto ci saremmo aspettati in grado di portare sullo schermo un’eclettica commistione tra l’elemento puramente sportivo e quello emotivo.

L’impressione è che l’uno non prescinda dall’altro poiché l’aspetto squisitamente sportivo rappresenta parte integrante del tessuto drammaturgico di Challengers, tanto sul piano prettamente formale, quanto su quello emotivo.

Ecco quindi che il tennis diviene, sia in termini astratti che concreti, uno dei protagonisti della vicenda, rappresentando di fatto l’unico destinatario di un genuino sentimento di amore da parte della magnetica Tashi Duncan. È vero, sulla carta i protagonisti sarebbero tre, ma ai fini di una disamina seria sarebbe improduttivo e persino dannoso ignorare il manifesto dominio che la Duncan esercita sia in termini di scrittura dei personaggi, sia negli esiti veri e propri della tripartita relazione alla base del film.

Nella mente del personaggio interpretato da Zendaya – difficilmente avremmo immaginato attrice più calzante per trasmettere in un colpo solo cotanto fascino, fragilità e glaciale distacco emotivo – nessun aspetto della propria esistenza riesce a prescindere da una corrosiva necessità: vincere.

È già a partire da questo ingombrante ingrediente della ricetta caratteriale della protagonista che Guadagnino ci comunica con evidenza la volontà di imboccare la strada della contemporaneità contenutistica, sovvertendo il polveroso paradigma secondo cui, all’interno di una dinamica relazionale tra donna e uomo, sia necessariamente quest’ultimo a inseguire il successo personale ad ogni costo.

Difatti, l’interesse che Tashi nutre nei confronti dei due goffi spasimanti verrà costantemente definito dal loro potenziale sportivo, che diviene direttamente proporzionale alla loro capacità di risultare attraenti agli occhi della seducente femme fatale.

Per penetrare le trame della distorta emotività della ragazza, proprio come avviene per raggiungere la vittoria durante una partita di tennis, non basterà “semplicemente” essere dotati di estro e talento, ma occorrerà lottare con disciplina e concentrazione fino all’ultimo scambio.

La qualità del lavoro e la dedizione manifestate sulla terra rossa si trasformano nell’unico reale terreno di gioco su cui Tashi ha interesse nel far confrontare i due aitanti pretendenti. Ecco che, di colpo, la controversa società relazionale instaurata tra i tre assume i contorni di un vero e proprio matriarcato, al quale entrambi i corteggiatori si assoggettano consapevolmente.

Challengers di Luca Guadagnino (Credits: Warner Bros. Pictures)
Challengers di Luca Guadagnino (Credits: Warner Bros. Pictures)

A questo punto appare doveroso dedicare un paragrafo a parte alla bontà del casting svolto da Guadagnino & co. Difatti, le caratteristiche fisico-interpretative dei i tre protagonisti appaiono costantemente a fuoco rispetto alle intenzioni e, quindi, agli esiti della sceneggiatura.

In particolare sembra impossibile non soffermarsi sulla disarmante aderenza ottenuta da Zendaya, tanto che viene da chiedersi se questo sia stato assegnato in seguito ad un casting, oppure sia stato letteralmente cucito intorno alle curve interpretative della diva americana. Per la fuoriclasse classe ’96 è sufficiente un solo sguardo per ipnotizzare contemporaneamente spettatori in sala e protagonisti dell’epopea emotiva di Guadagnino.

È dunque di una creatura cangiante quella di cui stiamo parlando, in grado di accarezzare sia le peculiarità del film sportivo, che quelle del film romantico, senza mai divenire soltanto l’uno o soltanto l’altro.

In tal senso, lo sport funge tanto da contenuto – in quanto a slanci esistenziali dei protagonisti – quanto da forma profilmica, poiché il regista siciliano si serve di una ‘banale’ partita di tennis per rappresentare una vera e propria seduta psicologica a tre, in cui l’amore e lo sport lasciano spazio all’unico reale oggetto della stratificata disamina emotiva messa in scena: l’ossessione.

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