Pluribus recensione serie tv di Vince Gilligan con Rhea Seehorn, Karolina Wydra e Carlos Manuel Vesga

Vince Gilligan torna in tv con Pluribus, dopo aver creato due serie come Breaking Bad e Better Call Saul, ormai considerate veri e propri classici della televisione. Questa nuova produzione in nove episodi per Apple TV+ porta il suo stile inconfondibile in territori dichiaratamente distopici pur mantenendo alcuni elementi familiari, come le ambientazioni di Albuquerque, nel New Mexico, e Rhea Seehorn, qui protagonista nei panni di Carol.
La serie costruisce un racconto originale, con punti di forza e fragilità, confermando la personalità autoriale di Gilligan. Pur muovendosi su temi già noti, offre una prospettiva unica grazie alla critica sociale contemporanea, affrontando questioni come felicità, controllo sociale, manipolazione di massa, tecnologia, conformismo e i pericoli dell’intelligenza artificiale.
La premessa è potente: un virus alieno trasforma quasi tutta l’umanità in una mente collettiva, annullando l’individualità e creando un’involontaria armonia. Solo dodici individui rimangono immuni, tra cui Carol, isolata non solo dal contagio ma anche dal suo modo di pensare, decisa a sfidare il sistema e salvare il mondo. La mente alveare diventa così uno strumento narrativo per esplorare cosa resti dell’individuo quando tutto è condiviso, e il valore di amore, dolore e memoria in un mondo uniforme.
Pluribus si distingue dalle tipiche serie sugli alieni: qui non ci sono battaglie spettacolari né tecnologie impossibili, ma una riflessione profonda sull’identità e sull’essenza dell’essere umano.
Carol, centro della storia, affronta la minaccia della conversione con determinazione, guidando lo spettatore in un percorso che mette in luce resilienza, coraggio e il valore dell’individualità in un mondo che tende a cancellarla. La sua solitudine, intensa nonostante la presenza di persone apparentemente buone, è inquietante: attraverso gesti minimi, silenzi e sguardi, Rhea Seehorn trasmette la tentazione di arrendersi, la paura di scomparire e il senso di colpa per non adattarsi a una nuova armonia collettiva.

La tensione narrativa non nasce da battaglie spettacolari o shock gratuiti, ma dalle emozioni represse e dalle scelte dei personaggi. Il ritmo misurato e calibrato conferisce significato a ogni scena, mentre Gilligan costruisce un universo ricco di dettagli, dove non tutto viene spiegato subito e la pazienza dello spettatore diventa parte dell’esperienza. Al centro della storia c’è la disintegrazione del “sé” a favore di un’unione totale della specie, che minaccia individualità e libero arbitrio, invitando a riflettere e ponendo tante domande: può esistere una società perfettamente organizzata senza sacrificare ciò che ci rende umani? È possibile mantenere la libertà in un mondo di individui identici?
Pluribus non è Breaking Bad né Better Call Saul, ma porta inequivocabilmente la firma di Vince Gilligan, mescolando riflessione sociale, tensione emotiva e maestria narrativa in un’esperienza originale e coinvolgente.



