Woman Unknown recensione film di May el-Toukhy con Mathilde Arcel e Carsten Bjørnlund

I buoni e i cattivi: quante volte, e con quanto impegno, sia sul piano produttivo sia su quello politico-editoriale, il cinema, in particolare quello statunitense, ci ha abituati a dividere il mondo in due fazioni ben distinte? Da una parte i buoni, intrinsecamente predisposti a ricercare il bene; dall’altra i cosiddetti cattivi, guidati da una forza maligna. E attenzione: non si tratta di un fenomeno esclusivo di quel cinema rivolto alle grandi masse, ma di un vizio diffuso anche in svariati prodotti considerati più impegnati o addirittura d’autore.
Ecco, se c’è qualche tipo di reprimenda critica che si può indirizzare a Woman Unknown non sarà certamente quella di aver affrontato con semplificazione due delle contrapposizioni più radicali della storia umana, ovvero quella tra nazismo e resistenza e quella tra patriarcato e universo femminile.
Nonostante si tratti probabilmente degli unici temi su cui è persino legittimo compiere una narrazione parziale, che dunque evidenzi unicamente le nefandezze dei colpevoli, May el-Toukhy – unica regista donna in concorso all’83esima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia – sceglie coraggiosamente di costruire l’intero film su una tesi coltissima: vittima e innocente non sono sinonimi e soprattutto il cosiddetto male non è sostanza esclusiva di una fazione politica, di una nazione, di un sesso o di un individuo.
Tema e tesi da Leone d’oro, il film forse meno
Ogni etnia, ogni continente, ogni nazione, ogni stato e ognuno di noi deve costantemente radiografarsi per comprendere l’istinto all’oppressione (o ad ogni pratica umana volta al danno altrui) e combatterlo.
Persino una donna vittima di soprusi deve fare attenzione a quelle scorie residue pronte a causare dolore al di fuori di sé? Persino una nazione occupata, umiliata e depauperata deve fare attenzione a come reagire? Il film vincitore del Leone d’Oro 2026 pone questi temi (clamorosamente attuali) con una precisione politico-filosofica piuttosto invidiabile, il che ne fa certamente un film prezioso sotto diversi punti di vista.
Ciò su cui, paradossalmente, si può contestare con maggior convinzione quest’opera riguarda l’aspetto squisitamente cinematografico. Si tratta, difatti, di un film piuttosto stanco sul piano dell’esecuzione. Ciò che era stato probabilmente concepito come riflessivo rischia a più riprese di divenire lento, mentre ciò che era stata probabilmente concepita come una messa in scena essenziale ma d’impatto rischia, a volte, di risultare semplicemente debole.

