La valle dei sorrisi recensione film di Paolo Strippoli con Michele Riondino, Paolo Pierobon, Romana Maggiora Vergano e Sergio Romano
di Alessio Conti

Dopo A Classic Horror Story (2021), girato a quattro mani con Roberto De Feo, e Piove (2022), Paolo Strippoli dirige il suo terzo lungometraggio: La valle dei sorrisi, approdato al Festival di Venezia e ora nelle sale cinematografiche.
Sergio (Michele Riondino) è un’insegnante di educazione fisica trasferito in una scuola di un piccolo paese di montagna. Lui appare tormentato, mentre gli abitanti del luogo sono quasi sempre sorridenti.
Sergio conosce Michela (Romana Maggiora Vergano) nel suo locale; inizia a bere un po’ troppo, si sente male e lei, notando il suo disagio e la sua tendenza a rifugiarsi nell’alcol, decide di portarlo da Matteo (Giulio Feltri), un ragazzo, alunno di Sergio, che sembra avere un dono particolare: chi lo abbraccia viene “svuotato” dal peso delle preoccupazioni e dei traumi passati e ritrova una nuova felicità.
Con il tempo Sergio empatizza con Matteo, ma nota che il padre lo controlla molto e lo spinge a ripetere continuamente queste sedute di abbracci, senza lasciargli la possibilità di coltivare svaghi, hobby o passioni. Inoltre, si scopre che chi abbraccia Matteo riceve una sorta di marchio sul braccio, che spesso prude quando la persona è agitata; dopo il primo abbraccio, si crea anche una connessione particolare con il ragazzo, difficile da spezzare.
La valle dei sorrisi affronta vari temi, tra cui l’idolatria della persona, la volontà di non confrontarsi con i lati emotivamente più duri della vita, gli impulsi sessuali adolescenziali, il rapporto con i genitori e molto altro.
Non ci sono inutili spiegoni né discorsi già sentiti e preconfezionati: le immagini che scorrono sullo schermo bastano da sole a raccontare tutto questo.

Strippoli utilizza l’horror non per farci sobbalzare con i soliti jumpscare, ma per creare una tensione più viscerale, capace di toccare le corde più profonde dell’animo umano. Forse, se proprio si vogliono trovare dei difetti, ci sono due o tre brevi scene che non convincono del tutto, risultando un po’ rigide nella recitazione (che, per il resto del film, si conferma invece assolutamente lodevole).
La regia riesce a dare la sensazione di ampiezza della montagna e al contempo riesce ad essere claustrofobica, gli effetti speciali ben dosati e ben fatti, la fotografia è molto suggestiva senza mai risultare artificiosa.


