Anemone recensione film di Ronan Day-Lewis con Daniel Day-Lewis, Sean Bean e Samantha Morton

Daniel Day-Lewis aveva annunciato il suo ritiro dalla recitazione nel 2017, durante la promozione del film Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson, con cui aveva guadagnato un’ulteriore nomination agli Oscar come miglior attore protagonista dopo le tre vittorie per Il mio piede sinistro di Jim Sheridan, Il petroliere sempre di P.T.A. e Lincoln di Steven Spielberg, e altre due candidature con Nel nome del padre e Gangs of New York.
Che il rapporto tra Day-Lewis e la recitazione fosse complesso, contraddittorio e viscerale lo si sapeva da anni, anzi da decenni. Già nel 1989 era stato costretto a interrompere anticipatamente la tournée di un Amleto teatrale per la regia di Richard Eyre dopo un malore in scena per quanto si era immedesimato nel personaggio shakesperiano; e sfiora ormai i confini della leggenda l’aneddoto del suo periodo di apprendistato come calzolaio di scarpe a Firenze, dove andò a trovarlo Martin Scorsese per convincerlo ad unirsi al già ricco cast di Gangs of New York.
La sua recitazione intensa e severa, imperniata ai principi dell’Actors Method, ha fatto la storia del cinema, e per anni spettatori di tutto il mondo avevano covato la speranza di un suo ripensamento. È grazie al figlio Ronan che, lo scorso anno, Daniel Day-Lewis è tornato su un set cinematografico per girare, accanto a Sean Bean, Anemone in cui figura anche nell’inedita veste di co-sceneggiatore.
Già nel 2005 aveva preso parte a una pellicola indie diretta dalla moglie Rebecca Miller, The Ballad of Jack and Rose, situata nella sua filmografia in mezzo a due kolossal come il già citato Gangs of New York e lo sfortunato musical felliniano Nine di Rob Marshall.
Coprodotto anche da Plan B di Brad Pitt, il film d’esordio di Ronan Day-Lewis vede il padre interpretare il sofferto ruolo di Ray Stoker, un uomo che vive da quasi due decenni in isolamento dal resto del mondo, senza aver mai visto suo figlio, per espiare una misteriosa colpa che gradualmente si scoprirà essere legata al periodo del terrorismo irlandese, che lui contrastava in veste di caporale militare.
Un giorno, preoccupato per i segnali di malessere psicologico e sociale del nipote Brian, suo fratello Jem (interpretato da Sean Bean) decide di andare a trovare il recluso nella sua capanna in mezzo ai boschi.
Anemone è un serrato dramma psicologico, quasi teatrale nella sua impostazione, con pochissimi personaggi in scena: oltre ai due fratelli, si vedono brevemente Brian, la moglie di Ray interpretata da Samantha Morton e pochi altri figuranti e comparse.
“Non abbiamo mai avuto troppa fortuna con i padri, vero?” è la battuta forse più bella e sicuramente più rappresentativa del film.
La regia di Ronan Day-Lewis nel complesso è molto solida, aiutata da un’ottima fotografia curata da Ben Fordesman e dalle musiche firmate da Bobby Krlic.
Solo nel finale stridono leggermente due momenti smaccatamente simbolici, che si inseriscono ex abrupto nel tessuto visivo del film: una grande statua di ghiaccio e un gigante pesce morto lungo un fiume.
La tematica irlandese, cara a Daniel Day-Lewis sin dai tempi della sua collaborazione con Jim Sheridan, è inserita nel film senza forzature, grazie ai dialoghi tra Ray e Jem e a quelli tra la moglie e il figlio del primo, nonché ad alcune riprese di dettagli evocativi che rappresentano una forma di flashback senza figure.
Day-Lewis ha due monologhi che mettono in luce tutta la sua arte attoriale, per quanto la sceneggiatura non rappresenti uno dei punti di forza del film. Il dramma storico-famigliare pur nella prevedibilità della sua evoluzione, è ben trattato e coinvolgente.
Presentato in anteprima al New York Film Festival e a Roma con Alice nella città, a differenza della stragrande maggioranza dei titoli della filmografia del suo protagonista Anemone non è probabilmente destinato a restare nella storia del cinema, ma rappresenta il graditissimo ritorno sullo schermo di uno dei maggiori attori americani di tutti i tempi, che non ha perso un’oncia della sua espressività.
Nel suo lirismo cupo e al tempo stesso caloroso, il film risulta una piacevole visione autunnale.

