Venezia 76, the end: commento e considerazioni sui vincitori e sul festival

Ma i registi vanno al cinema?
Escono i verdetti di Venezia 76: e non sono attesi tanto per vedere chi in effetti vince, quanto se le vittorie sono o meno aderenti al proprio gusto. Certo, criticare le giurie lascia il tempo che trova, visto che non si mettono d’accordo dieci critici in una stanza figuriamoci dieci registi e produttori: certo è che a volte i criteri di valutazione sfuggono, e per un altissimo (…) senso di giustizia si vorrebbero sul podio film o attori che ne restano esclusi.

A conti fatti, va detto che la settantaseiesima Mostra del cinema di Venezia di risultati buoni a casa ne ha portati: prima di tutto, e quello che forse serve maggiormente, sono le sale pienissime ma piene soprattutto di ragazzi giovani, di studenti. Certo, bisogna vedere se poi se ne riverseranno altri in sala durante l’anno, ma il segnale è positivo: perché l’attenzione verso le opere presentate c’è stata, e sarebbe stato strano il contrario. Barbera infatti continua, come dicevamo, la sua personale e vincente “rifondazione” della Mostra, che ha portato parecchi film di apertura negli ultimi anni dritti dritti agli Oscar: massiccia presenza di superstar americane con potenziali blockbuster però con l’anima grande (vedi negli scorsi anni Birdman o Gravity, vedi quest’anno Joker), accanto a loro film più sperimentali e nelle sezioni collaterali le scoperte, le rivoluzioni, che possono essere capolavori o semplici oscenità.

Quest’anno, il cartellone era ricco e variegato: invitando a controllare le cose più belle che abbiamo visto nei giorni scorsi nelle nostre recensioni, va detto che oltre ad uno sguardo attento alla realtà con la necessità di riscriverla, nel cinema visto a Venezia (e che in genere dà il polso alla produzione attuale, a dove sta andando l’arte) è sembrato che parecchi film fossero uniti da un fil rouge, ovvero l’esplorazione del sottilissimo confine che lega e divide realtà e finzione, vero e falso.

Le fake news, l’arrembaggio dei social, un senso sempre più straniante e assoluto della realtà che ci circonda: sono tutti fattori profondamente attuali e urgenti che pare si siano riversati nelle ossessioni dei registi. A partire dal film di chiusura, quel purtroppo irrisolto The Burnt Orange Heresy, fino ai bellissimi documentari sui protagonisti di un cinema ormai passato, fino al Joker, ma anche al meraviglioso, oscuro e splendente allo stesso tempo capolavoro di Maresco La mafia non è più quella di una volta, poi Saturday Fiction, Tutto il mio folle amore, The Painted Bird, Aspettando i barbari, Ema, Martin Eden… Tutto uno stuolo di film che mettono al centro del loro discorso teorico e teoretico riflessioni, più o meno riuscite, di quanto vita e arte siano indissolubili, e quanta verità possa esserci o meno nell’arte.

Certo, alla fine lascia l’amaro in bocca vedere alcune sbavature incomprensibili: l’assenza di premi per quello che secondo chi scrive, ma anche altri più attendibili colleghi, era uno dei film più belli non solo della Mostra ma degli ultimi dieci anni, l’infiammato Ema di Larraín. Che, purtroppo per lui, se ne va sempre con la coda fra le gambe (era successo qualche anno fa anche con Jackie, altro suo capolavoro con l’immensa Natalie Portman al centro). E per Storia di un matrimonio. Premi che invece hanno celebrato un film bello ma non bellissimo come Gloria Mundi e la sua attrice brava ma non bravissima Ariane Ascaride; un “doppio”, quel Sull’infinito che ha fruttato a Roy Andersson il Leone d’argento per la miglior regia, con un film che sostanzialmente riprendeva le stesse identiche cose del suo Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, pur premiato qua a Venezia.

Per questo ci si chiedeva, all’inizio, quanto cinema vedessero in sala i registi: perché la giuria sembra aver premiato artisti che si, hanno un valore in senso assoluto, ma che in senso stretto non restituiscono il senso del nostro presente, come invece avrebbe potuto fare proprio l’escluso Storia di un matrimonio, o Ema.

Ma non si può avere tutto dalla vita: gioiamo allora insieme per la vittoria, in Orizzonti, del regista Thèo Court con il suo capolavoro Blanco En Blanco, ma soprattutto per Joker, che con l’enorme, mostruosa interpretazione di Joaquin Phoenix disegna una nuova suburbia americana ma che soprattutto sdogana i cinecomics anche ai Festival. E non è cosa da sottovalutare: un genere preso sottogamba da tutti e a volte sbertucciato (come d’altronde i suo media d’origine, i fumetti), è riuscito pian piano a sfondare le porte degli Oscar (con Black Panther), ad avere il film più visto della storia del cinema (Avengers Endgame), e adesso a prendere il Leone d’oro a Venezia, forse la massima espressione d’autorialità nel circuito festivaliero. Alla faccia di chi ne pronosticava un rapido declino.

Ci vediamo a settembre 2020.

Gianlorenzo

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