Ema recensione [Venezia 76]

Ema di Pablo Larraín
Ema di Pablo Larraín con Mariana Di Girolamo e Gael García Bernal (Juan Pablo Montalva)

Ema recensione del film di Pablo Larraín con Mariana Di Girolamo, Gael García Bernal, Santiago Cabrera e Giannina Fruttero

Pablo Larraín è figlio dell’ex presidente dell’Unione Democratica Indipendente Hernán Larraín e del ministro Magdalena Matte. Non si va quindi troppo lontano dalla verità se si presuppone che sia questo il motivo fondamentale del perché, in ogni sua pellicola, sappia così perfettamente, decisamente e anche così dolcemente, far coincidere il pubblico con il privato, mostrare gli inesistenti confini tra i vari significati del termine “politica” (dall’etimo fino ad ogni deriva populista), far vedere insomma che ogni decisione presa nell’intimo di ogni anima ricade inestricabilmente sul tessuto sociale che si condivide con gli altri.

Ema parte con un’immagine lacerante: un semaforo in fiamme, seguito da un piano americano di una donna con un lanciafiamme in spalla. E il poster che lo racchiude è un sole che brucia dietro un gruppo di persone in ombra.

Basterebbe già questo, la passione e l’intima bellezza che tracimano da una semplice ma complessa composizione scenica, a far suonare ogni corda emotiva, ma qua si va oltre.

Ema di Pablo Larraín
Mariana Di Girolamo e Gael García Bernal

Ema è il film che andrebbe fatto vedere a tutti quei disfattisti (che oggi sono sempre di più, o quantomeno sanno meglio di altri ingombrare lo spazio social) che dicono ad ogni stagione che il cinema è morto, che non sa più offrire immagini, che non riesce a reinventarsi: perché al di là della stupidità intrinseca dell’affermazione, autori come Larraín stupiscono e infiammano – letteralmente – lo schermo, andando là dove solo i grandi registi riescono a salire.

Ema è sposata con Gastòn: entrambi sono artisti (lui scenografo, lei ballerina e insegnante di danza) e hanno adottato un bambino, che però hanno dovuto “ridare indietro”. E’ questa la traccia, su cui si costruisce e decostruisce il racconto come se si seguisse la soluzione di un mistero: racconto che va avanti per iperboli, ellissi narrative, mostrando ciò che è nascosto e nascondendo l’ovvio. Lontano da formule prestabilite o trame preconfezionate, Larraín edifica il suo settimo film sfilacciando i confini della narrazione, e mentre sembra sbandare qua e là in realtà smarrisce consapevolmente lo spettatore per condurlo nelle geografie emotive a lui più congeniali, portandolo proprio dove vuole che sia: al centro di un sole, di una stella che brucia.

Ema, la protagonista, è proprio questo, una stella che brucia, e chi le va troppo vicino brucia con lei. Tutto il film è irrimediabilmente virato cromaticamente sul rosso, mentre la narrazione pare assuefarsi al ritmo di quel reggaeton che balla la protagonista; ed è proprio il ballo a tenere il tempo, in un susseguirsi ora frenetico ora silenzioso di parole ed emozioni che si tendono e corpi che si muovono.

Pablo Larraín
Pablo Larraín regista di Ema in Concorso a Venezia 76 (Luis Poirot)

Ema con il ballo racconta sé stessa: il modo in cui si esprime e danza riflette il suo personaggio, e insieme a lei Gastòn tenta di tenere il passo nella (ri)costruzione del senso stesso di famiglia. C’è la famiglia, in Ema, la sua dissoluzione come istituzione tradizionale e tradizionalistica, il suo ruolo sociale, le convenzioni che la assorbono e la soffocano; e c’è la ricerca di una nuova dimensione accanto al tema delle adozioni. Tutto bruciato, fuso insieme nel racconto della vita della una coppia che mostra subito di aver subito un trauma, e cerca di elaborare il dramma attraverso un processo di creazione artistica.

Ma nella finissima e raffinatissima visione di Larraín, se la donna come essere femminino ingloba nuove cose, esperienze e sensazioni utilizzando l’espressione artistica per autoassolversi e liberarsi, l’uomo guarda e utilizza l’arte solo come strumento scenico, la comprende solo da un punto di vista rituale. In questo modo, la storia di Ema diventa un percorso di conoscenza e comprensione, non senza affanni, sulla differenza di percezione emozionale e di guarigione da un dolore, sull’autocomprensione e sull’autoassoluzione.

Perché se un dolore ti ferisce, non poterne comprendere il senso fa rimanere ferito due volte. E bruci insieme a lui.

Gianlorenzo

Ema di Pablo Larraín: Il Poster
Ema di Pablo Larraín: Il Poster