Venezia 76 Day 4: Joker di Joaquin Phoenix e il gioiello Ema di Pablo Larraín

Venezia 76: Joaquin Phoenix con il suo Joker
Venezia 76: Joaquin Phoenix con il suo Joker

Venezia 76 Day 4: Il Festival più bello del mondo. Il Concorso ha presentato veri gioielli come L’ufficiale e la spia di Roman Polanski e Ema di Pablo Larraín

Raccontava Giuliano Montaldo che nel ’56, sul set di un suo film, un macchinista lo apostrofò chiedendogli perché volesse fare cinema, visto che era un qualcosa che stava morendo. Ecco, la miglior risposta a chi ciclicamente preannuncia la fine del cinema o la sua morte: lo si potrebbe portare al Lido di Venezia, un qualunque anno, a cavallo tra fine agosto e inizio settembre, quando c’è il Festival più bello del mondo.

Perché si, diciamolo, la Mostra di Venezia è il Festival di cinema più bello del mondo: quello a cui ogni regista, dal più grande al più sfigato, sogna di andare almeno una volta nella vita percorrendo quel leggendario red carpet, e quello che inevitabilmente, ogni fine estate, riporta l’attenzione anche del pubblico più distratto e lontano, al cinema, alle sue star, alle sue luci abbaglianti.

Ema di Pablo Larraín con Mariana Di Girolamo

Venezia 76 Day 4: Joker di Joaquin Phoenix
Venezia 76 Day 4: Joker di Todd Phillips con Joaquin Phoenix, Zazie Beetz e Frances Conroy

C’è poi chi, oggi con particolare veemenza aiutato dal supporto ignorante dei social, Venezia la insulta, così, senza un motivo: in genere, se controllate bene è così nella stragrande maggioranza dei casi, sono quei critici che non possono andarci o che non hanno più spazi nel mainstream, insomma quelli che ricalcano la volpe e l’uva, per capirci.
Perché si, Venezia è profondamente mainstream, ma di quello buono… perché deve rivolgersi ad un pubblico più generalista possibile (i biglietti si devono vendere anche qua, anche qua il cinema non è un ente benefico ma un’industria – o almeno dovrebbe esserlo), ma sta poi ai direttori che si susseguono negli anni e alla loro intelligenza saper dosarne bene gli ingredienti.

E di direttori illuminati in questo periodo la laguna è ben fornita: Alberto Barbera, al suo terzo mandato e secondo consecutivo, ha dimostrato di avere il polso del mercato e dell’arte, e dal 2011 macina un successo dopo l’altro. Ma non solo: la selezione ufficiale della Mostra, con lui, è riuscita a tornare ad essere una vetrina di ciò che il cinema racconta nella nostra attualità, senza le bordate fin troppo elitarie date dal precedente direttore, quel Marco Müller che (dal 2004 al 2011, anche lui con due mandati uno dietro l’altro) aveva reso il Festival proprio ciò che un Festival di queste dimensioni non dovrebbe né potrebbe essere, ovvero una riserva indiana nella quale inserire e favorire quasi esclusivamente cinematografie lontane e parziali, che non rispecchiavano ciò che il grande schermo, in quegli anni, era.

Venezia 76: Gael García Bernal
Venezia 76: Gael García Bernal
Ema di Pablo Larraín
Ema di Pablo Larraín con Mariana Di Girolamo e Gael García Bernal

Barbera ha insomma aperto le porte del concorso a tutto ciò che può essere cinema: aprendosi sia alle serie tv e alle nuove piattaforme (in totale e intelligente controtendenza a Cannes, dove il delegato generale Thierry Frémaux ha chiuso le porte ai prodotti televisivi), che spesso e volentieri hanno anticipato le mode del grande schermo assorbendone anche i grandissimi nomi e sostituendosi in alcuni casi al cinema come sinonimo di qualità artistica e specchio dei tempi; e ai generi, dalla fantascienza (Gravity di Alfonso Cuarón, che ha aperto Venezia 70, ha poi vinto un Oscar) all’horror (quello d’autore, con nomi come Jennifer Kent o Shin’ya Tsukamoto), addirittura ai cinecomics (il Joker di quest’anno, nolaniano, violento e maturo ma pur sempre proveniente dai fumetti), genere che ha saputo, negli ultimi anni, rendere nuovamente la fruizione dell’opera cinematografica in sala un vero e proprio rito, ricreando l’hype e le attese stile Star Wars di quarant’anni fa.

A proposito di quest’anno: quasi al giro di boa, il concorso non ha dato scossoni imprevisti ma ha presentato veri e propri gioielli, come il J’accuse – L’ufficiale e la spia del maestro Roman Polanski, Ema di Pablo Larraín e Marriage Story di Noah Baumbach, con il primo già quotato tra i vincitori; gran bei film, come Il sindaco del Rione Sanità di un rinnovato Mario Martone, più fresco e svelto rispetto ai suoi capolavori passati come Noi credevamo o L’odore del sangue, ma non per questo meno efficace o importante; opere di cui si parlerà molto, vedi il già citato Joker; e anche, inevitabilmente e giustamente, film orripilanti come l’improponibile Vivere della Archibugi.

E gli scandali? Mancando un vero e proprio scandalo (Barbera sta attento anche a questo…), ecco la polemica fumosa come spesso accade, ad opera della presidente di giuria Lucrecia Martel sul capolavoro di Polanski. Che già si è spenta. Ma tant’è.

Gianlorenzo