Black Panther – recensione

Black Panther
Black Panther di Ryan Coogler con con Chadwick Boseman e Michael B. Jordan

Una settimana dopo gli eventi di Captain America: Civil War, durante il quale il re T’Chaka è morto in un attentato, l’erede al trono T’Challa (Chadwick Boseman) è di ritorno a Wakanda, Paese africano che nasconde un’eccezionale prosperità economica e tecnologica, ottenuta grazie al vibranium, materiale dalle prerogative uniche. Assieme alla corona, T’Challa ha ereditato il ruolo di Black Panther, guerriero dalle abilità sovrumane. Appena insediato, il nuovo re ha l’opportunità di vendicare un vecchio torto, e catturare il trafficante d’armi Ulysses Klaue (Andy Serkis), ma le cose si complicano quando ci si mettono di mezzo la CIA (nella persona di Everett K. Ross, Martin Freeman) ed un misterioso criminale che sembra avere un particolare interesse in Wakanda.

Il tema di Black Panther è l’incoraggiamento a non restare isolati, a costruire ponti invece che barriere, a condividere le proprie ricchezze e le proprie abilità con i meno fortunati. Fedele al suo messaggio, Ryan Coogler (rivelazione con Fruitvale Station e poi regista di Creed) si è dedicato ad abbattere le barriere all’interno dell’universo Marvel.

Innanzitutto, gettando un ponte verso l’Africa: Black Panther è stato annunciato con fanfare come il primo film del Marvel Cinematic Universe con un protagonista afroamericano, ma è una definizione riduttiva. Al di là del personaggio principale, le radici africane del supereroe (nonché di cast e realizzatori) sono il punto di partenza dal quale tutto si dirama: scenografie, costumi, musiche, movenze, accenti, colori. È un’esperienza coinvolgente, e allo stesso tempo insolita per chi (come chi scrive) ha una conoscenza solo superficiale continente africano.

Solo questo basterebbe per farne un ‘caso’ cinematografico, ma Ryan Coogler fa di più, e costruisce un ponte a superare le barriere di genere, circondando il suo eroe con personaggi femminili attivi, forti e indipendenti: dalla ‘ex’ Nakia (Lupita Nyong’o), impegnata in pericolose missioni per i diritti umani, alle Dora Milaje, il plotone di guerriere a difesa del Trono, alla sorellina Shuri (Letitia Wright), geniale inventrice e produttrice di letali gadget per Black Panther (c’è una buona dose di 007 in questo film).

E ancora, Coogler e il co-sceneggiatore Joe Robert Cole danno vita a Killmonger (uno spettacolare Michael B. Jordan) che, come i più apprezzati antagonisti, è animato da motivazioni e ideali comprensibili e in certa misura condivisibili, se non fosse che cerca di ottenerli con i mezzi sbagliati. Forse non è un caso che abbia lo stesso nome di battesimo di Magneto.
E forse non è un caso che il miglior villain dell’MCU dopo Loki appaia in una storia epica di potere e intrighi familiari, affine ad una tragedia Shakespeariana, quasi un riflesso del Thor di Kenneth Branagh, tanto simile per tematiche e completamente opposto per l’estetica. Tanto Thor era debitore alle origine nordiche del suo mito, tanto Black Panther riempie gli occhi con caldi paesaggi, ed invenzioni visive che, anche quando presentano tecnologie avanzatissime, le integrano con le tradizioni del continente africano.

Black Panther è un comic book movie, e come tale non può sfuggire alle convenzioni del genere, che possono piacere o non piacere a seconda che accogliate ancora con entusiasmo il conflitto tra un eroe ed il suo nemico.
Coogler e Cole riescono comunque a costruire un film vivace e che corre veloce, riuscendo a fare della sua collocazione nel Marvel Cinematic Universe un punto di forza e non un fardello: da un lato, non ha bisogno di essere una vera origin story, perché il personaggio è già stato presentato in Civil War; dall’altro, non deve perdersi in chiacchiere per introdurre quello che succederà poi: Avengers: Infinity War è alle porte, e con esso la conclusione della fase 3. Indubbiamente i ponti gettati da Black Panther saranno decisivi nella lotta contro Thanos.