Edward Hopper – Una Storia D'amore Americana

Edward Hopper – Una Storia D’amore Americana recensione documentario di Phil Grabsky

Un documentario sulla vita di questo grande pittore americano.

Edward Hopper – Una Storia D’amore Americana recensione documentario di Phil Grabsky

di Giovanni Pesaresi

 

Edward Hopper è forse il più influente pittore figurativo del Novecento americano, un vero e proprio monumento nazionale. Destinato a farsi carico di un secolo artistico complesso e variegato ma che, con l’eccezione di Jackson Pollock, difficilmente è riuscito a unire critica e pubblico americano penetrando nell’immaginario popolare, se non per vie tanto alternative e “di rottura” quanto arbitrarie e discutibili attraverso la Pop Art.

Edward Hopper, nonostante la formazione realista, rappresenta l’America e l’arte americana e in quanto tale non è ascrivibile a nessuna corrente e nessuno stile. La sua “corrente” è l’America del suo tempo, il suo stile è il suo modo straordinario di interpretarla. Questo almeno sembra dirci il regista britannico Phil Grabsky, che infatti si concentra poco sulla dimensione critica-analitica e tanto su quella personale-biografica.

Lo scopo di Edward Hopper – Una Storia D’amore Americana non è studiare direttamente le opere, piuttosto rispondere alla (classica) domanda: come Hopper è diventato Hopper?

Per rispondere al quesito il documentario si affida tanto, forse troppo, ad alcune interviste già notissime a chi si è interessato al pittore, ma le elabora in termini parzialmente originali alternandole a spezzoni tratti dai diari della pittrice e sua compagna di vita Josephine Verstille Nivison. In tal modo, si instaura una sorta di dialogo alla pari tra marito e moglie, aspetto non scontato visto che la critica per anni non ha preso in considerazione, se non minimamente, il ruolo di Josephine nel successo del marito.

Edward Hopper, Gas, 1940 (Nexo Digital)
Edward Hopper, Gas, 1940 (Nexo Digital)

Dai diari di Josephine, dalle interviste e dalle testimonianze degli amici della coppia emerge come Josephine abbia dato al pittore – e di conseguenza alla storia dell’arte – più di quanto non le sia mai stato restituito.

Questa, dunque, è la vera storia d’amore americana del titolo del film e ne è forse il lato più originale. Anche il punto interrogativo – trattato molto rapidamente per la verità – sul totale disinteresse di Hopper per i soggetti afroamericani è certamente, almeno in Italia, un quesito inedito.

Per il resto l’analisi di Grabsky – habitué dei documentari d’arte – è abbastanza canonica e aggiunge poco materiale alle precedenti opere audiovisive incentrate sul pittore americano, ultima quella piuttosto recente dello specialista francese Jean-Pierre Devillers. Anche se probabilmente il regista britannico ha anche il merito di rendere sfumata la linea tra il processo e il risultato finale nella produzione pittorica dell’artista.

Hopper non è solo il pittore delle allegorie, dell’alienazione e della solitudine – caratteri spesso evidenziati più dalla critica che da lui stesso – ma è anche e forse soprattutto il pittore delle architetture di New York, degli spazi interni delle case, dalla luce dell’alba che filtra dalle finestre.

D’altronde fu lui stesso a dire: “Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa”.

Edward Hopper, Chop Suey, 1929 (Nexo Digital)
Edward Hopper, Chop Suey, 1929 (Nexo Digital)

Sintesi

Il documentario di Phil Grabsky funziona e vedere alcuni dei quadri più importanti e influenti del novecento su uno schermo cinematografico è un'esperienza che vale la pena di fare. L'approccio del regista britannico è cauto e piuttosto classico, ma il risultato finale è tutto sommato interessante e piacevole, soprattutto per il pubblico che conosce meno la vita e la storia di questo grande pittore americano

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