La mafia non è più quella di una volta

La mafia non è più quella di una volta recensione [Venezia 76]

La mafia non è più quella di una volta recensione del film di Franco Maresco con Ciccio Mira, Letizia Battaglia, Cristian Miscel, Matteo Mannino e Federica Scibilia

Basta dire solo che Totò che visse due volte è stato l’ultimo film ad essere vietato dalla censura italiana, e che Cinico TV è una delle testimonianze televisive che più hanno segnato non tanto e non solo la TV quanto l’immaginario e lo stato dell’arte, per inquadrare la grandezza d’artista di Franco Maresco. Che una volta rotto il sodalizio con Daniele Ciprì ha continuato in direzione ostinata e contraria a creare un cinema dal basso (al contrario dell’altro, che invece si è incamminato verso le luci di Cinecittà), platea privilegiata per osservare quell’umanità brillocca e sfortunata che ha da sempre infiammato la sua espressività.

La mafia non è più quella di una volta
Franco Maresco e Ciccio Mira in La mafia non è più quella di una volta

Non basta definirlo Cantore dei Perdenti per racchiudere Maresco: finalmente in Concorso a Venezia con La mafia non è più quella di una volta, il regista e autore siciliano continua a distillare il suo pessimismo in pillole, invadente e sgradevole, per raccontare il nostro tempo racchiuso fra i suoi stessi opposti, rappreso nelle sue contraddizioni e costretto, prono davanti ad una politica sempre meno da polis e sempre più compromessa. E non si capisce se questo film rappresenta il sequel di Belluscone – Una storia siciliana, che proprio al Lido vinse la sezione Orizzonti qualche anno fa, o quello ne è il prequel: perché Maresco ne riprende suggestioni ma soprattutto il protagonista centrale, quel Ciccio Mira favoloso personaggio che incarna alla perfezione la commistione unica tra realtà e finzione.

E se questo (l’inestricabile garbuglio che lega insieme e confonde il vero dal falso) sembra essere altro tema centrale di questa Venezia 76, Ciccio Mira è invece un personaggio enorme nel suo sconfinare continuamente di qua e di là: più vero della finzione, più finto del vero, sfoca i confini e si pone al centro di un universo eticamente ambiguo e dolorosamente, incredibilmente attuale, urgente, necessario nella sua ingombrante presenza. Attraverso di lui, Maresco continua la sua personale odissea in un mondo che sembra non appartenergli più, in una Sicilia che si vorrebbe trasformata dopo Falcone e Borsellino ma che rimane ostinatamente aggrappata ai suoi silenzi, vuoi per paura, vuoi per ignoranza, vuoi per un senso di omertà che, a detta di Ciccio Mira, è intriso nel DNA dei palermitani.

La mafia non è più quella di una volta
Ciccio Mira e Cristian Miscel in La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco

Il cinema di Franco è quello che si dice cinema espanso: un cinema, un tipo di esperienza cinematografica che non si limita a produrre e proiettare immagini, raccontando (o per raccontare) una storia, ma si trasforma in un’esperienza totale che trasmette arti visive e diverse azioni, dall’accaduto al reportage, alla computer grafica. Il cinema di Franco Maresco, solo apparentemente legato ad un passato politico e sociale rappresentativo dell’Italia degli anni ’80, per essere letto e capito costringe ad ampliare il contesto che lo ha formato e le diverse suggestioni che lo hanno composto.

Così come le fotografie esistenziali di Belluscone – Una storia siciliana non facevano altro che mostrare la mutazione antropologica che ha riguardato l’Italia nel ventennio berlusconiano, le diverse storie del mosaico di La mafia non è più quella di una volta mostrano il risultato di quell’ibridazione, in un carosello di voci dissonanti e cacofoniche e testimonianze incredibili. Allora è la filmografia di Franco Maresco (che comprende ovviamente anche Cinico TV e i tre film con Ciprì, culminati con quell’opera assoluta che è Il ritorno di Cagliostro) a sfociare naturalmente in questo ultimo capolavoro, diventando una sorta di work in progress che indaga lo ieri per meglio capire l’oggi, in un allucinato e allucinatorio gioco di specchi, che si struttura come una vertiginosa costruzione di realtà simulate, sistematicamente sconfessate, stante l’impossibilità di stabilire la verità ultima.

Letizia Battaglia
Letizia Battaglia in La mafia non è più quella di una volta

La mafia non è più quella di una volta allora assume e sprofonda in vastità abissali, illuminate dalla camera del regista che affina il suo essere cinico e provocatorio specchiando le sue parole dentro gli occhi lucidi di Letizia Battaglia, fotografa pluricelebrata e premiata in tutto il mondo, palermitana doc, che andò a vivere a Parigi ma dalla sua Palermo non riuscii a staccarsi tornandovi un anno dopo. La Battaglia è lo specchio oscuro di Ciccio Mira, è il suo complementare completamento in un mondo e un immaginario, quelli di Maresco, fatti di macerie umane e morali, che si lacera e si compiace di sé stesso dibattendosi tra tragedia e commedia, tra grottesco e assurdo.

La voce narrante di Franco guida lo spettatore in quella sua umanità al limite dolente e disturbante, specchio distorto della contemporaneità, che nel suo farsi complice perpetua e subisce l’oppressione fisica, sociale e morale di uno Stato malvagio, o al meglio assente; e compie così una fondamentale, formidabile indagine antropologica.

E mentre ridiamo, è un attimo che la voce di Maresco ci riporti giù: rendendoci consapevoli di essere testimoni di un fallimento sociale. Il nostro.

Gianlorenzo

La mafia non è più quella di una volta
La mafia non è più quella di una volta: Il Poster

Sintesi

Franco Maresco continua a creare il suo cinema dal basso, platea privilegiata per osservare quell’umanità brillocca e sfortunata che ha da sempre infiammato la sua espressività, proseguendo la sua personale odissea in un mondo che sembra non appartenergli più, in una Sicilia che si vorrebbe trasformata dopo Falcone e Borsellino ma che rimane ostinatamente aggrappata ai suoi silenzi. La mafia non è più quella di una volta assume e sprofonda in vastità abissali, in un mondo e un immaginario fatti di macerie umane e morali, che si lacera e si compiace di sé stesso dibattendosi tra tragedia e commedia, tra grottesco e assurdo.

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