Our Hero, Balthazar recensione film di Oscar Boyson con Jaeden Martell, Asa Butterfield e Chris Bauer
Our Hero, Balthazar, presentato con grande plauso della critica al Tribeca Film Festival, è un indie americano che affronta con un particolare senso dell’umorismo tragicomico le criticità degli Stati Uniti, toccando tematiche particolarmente sensibili a poche settimane dall’omicidio di Charlie Kirk.
Il title character Balthazar – nome dal sapore curiosamente bressoniano – interpretato da Jaeden Martell, è un introverso adolescente americano di ottima famiglia che, per guadagnarsi visibilità sui social media e conquistare Eleanor (Pippa Knowles), la ragazza che gli piace, decide di cavalcare l’onda della denuncia della gun culture statunitense. Online entra in contatto con un troll che sostiene di essere sul punto di compiere una strage di massa in una scuola. Balthazar decide di fare l’eroe e parte per il Texas, deciso a incontrarlo e fermarlo, ma si troverà di fronte a una realtà molto diversa da quella che immaginava, dando avvio a una vicenda dai risvolti inaspettati e paradossali.

Our Hero, Balthazar è una convincente indagine dell’America contemporanea e sull’inquietudine delle generazioni più giovani. Il protagonista, classe 2007, che vive tra psicofarmaci e sedute con il suo life coach (interpretato da Noah Centineo), si avvicina alla protesta contro le armi più per ottenere visibilità e prestigio sociale che per reale convinzione personale. Solo in seguito decide di imbarcarsi in un’impresa donchisciottesca e idealistica anche per dimostrare, esplicitamente, il suo reale coinvolgimento nella causa.
Una delle frasi chiave del film, piuttosto suggestiva, riguarda espressamente l’America: “è come se inseguissimo la violenza che creiamo”. La caratterizzazione del personaggio di Balthazar realizzata da Oscar Boyson e dal suo co-sceneggiatore Ricky Camilleri è di notevole credibilità e introspezione psicologica. Lo spunto narrativo del viaggio di Balthazar verso il Texas diventa un pretesto per mostrare sullo schermo un caravanserraglio di convention equivoche, discorsi motivazionali, personaggi ai confini della realtà come si trovano nell’America di oggi, rappresentando un paese scosso da tensioni interne ormai irrecuperabili in cui i confini della morale paiono sfumarsi.
Non meno efficace è la scelta di mostrare Salomon (Asa Butterfield), il giovane che sta dietro all’account troll intercettato da Balthazar sui social, come un frustrato incel che vive con la nonna. Venditore di integratori al testosterone prodotti dal padre, licenziato dal suo lavoro in un supermercato per le segnalazioni di comportamenti inappropriati da parte di una collega, Salomon è fiero della sua piccola collezione di armi e della sua passione per i cartoni animati, ma allo stesso tempo oppresso dalla solitudine e attraversato da pulsioni violente verso il “sistema” che lo opprime.
L’incontro tra Balthazar e Salomon produce un effetto opposto rispetto alle intenzioni iniziali del ragazzo: Salomon, per il quale la sparatoria in una scuola era poco più che una grottesca fantasia di evasione, introduce Balthazar al brivido della fascinazione per le armi e per le droghe sintetiche. Il tentativo di convincere Eleanor di aver davvero sventato una strage di massa fallisce miseramente; ma tra i due giovani, entrambi privi di un reale posto nel mondo, nasce una breve e surreale amicizia, fondata sull’osservazione di Salomon che Balthazar è «l’unica persona che conosco più strana di me». Il film si conclude — come prevedibile — in tragedia, ma Balthazar ottiene da questa un paradossale riscatto sociale, riuscendo infine ad allinearsi alle aspettative della propria famiglia.
Our Hero, Balthazar certo non regge il confronto con film recenti di autori riconosciuti sull’America contemporanea come Eddington di Ari Aster e One Battle After Another di Paul Thomas Anderson, ma nella sua essenzialità produttiva e narrativa rappresenta comunque una voce originale nel panorama del cinema americano sugli USA di questi anni.
Due tematiche interessanti che emergono sono la proliferazione di medicinali concepiti per lenire a sensazioni e malesseri più mentali che fisici, psicofarmaci o integratori testosteronici che siano, e il discorso sulle differenze di classe in America. Balthazar viene da una famiglia di ricchi genitori divorziati, connessi politicamente, mentre sia Eleanor, che frequenta la sua stessa scuola privata solo grazie a una borsa di studio, che Salomon appartengono al ceto povero. Con il suo sguardo ora affettuoso, ora feroce, ora disincantato, l’opera è un buon affresco sociale ed esistenziale che ha nella sceneggiatura il suo maggior punto di forza.

